Nimrods e la meravigliosa incoscienza di avere diciassette anni

Sono andata a vedere Nimrods, e sono uscita dal cinema con una voglia assurda di avere di nuovo diciassette anni.

Non perché a diciassette anni fosse tutto necessariamente più bello, più semplice o più felice. E nemmeno perché abbia improvvisamente sviluppato il desiderio di tornare sui banchi di scuola. Lungi da me.

Piuttosto perché, guardando Nimrods, mi sono ricordata di quella sensazione molto precisa che si prova quando si è abbastanza giovani da guardare il futuro e pensare, con una convinzione forse completamente irrazionale, di potersi mangiare il mondo.

Sono entrata in sala aspettandomi un film legato ai Green Day. Ne sono uscita pensando agli Analog Dogs.

Alla loro voglia di suonare, alla leggerezza con cui stanno insieme. Alla capacità di credere nella propria band anche quando, a voler essere razionali, intorno a loro non c’è praticamente niente che suggerisca che dovrebbero farlo.

Ed è probabilmente proprio questo che mi ha colpita così tanto.

Non è davvero un film sui Green Day

I Green Day sono ovunque in Nimrods, anche quando non sono al centro dello schermo. Sono il motore che mette in movimento la storia, il sogno apparentemente irraggiungibile verso cui corrono i protagonisti e, soprattutto, rappresentano tutto ciò che una band di adolescenti può immaginare quando pensa a dove potrebbe portarla la musica.

Ma Nimrods non ha bisogno di essere un film sui Green Day.

Perché il cuore della storia sono gli Analog Dogs.

Sono ragazzi che vogliono suonare insieme e che credono nella propria band con quella convinzione quasi inspiegabile che probabilmente puoi avere soltanto quando sei ancora abbastanza giovane da non chiederti continuamente se qualcosa sia realistico, conveniente o sensato.

Suonano perché vogliono suonare.

E a volte sembra davvero che non serva altro.

Gli Analog Dogs

Tommy alla chitarra e voce, Fred al basso e Chad alla batteria: gli Analog Dogs potrebbero essere la solita band di ragazzini che si forma al liceo, eppure non lo sono. Sono diversi tra loro eppure funzionano.

Tommy e Fred sono più teppistelli, che saltano la scuola quando vogliono, mentre Chad è il nerd ligio al dovere, la voce della ragione della band che non sempre riesce ad avere la meglio sulla parte ribelle.

Chad ha una famiglia alle spalle che lo segue e lo supporta, Tommy ha perso il padre da ragazzino e vive con la madre e il fratello più grande, Wayne. Della famiglia di Fred non si sa molto, ma già vederlo sempre a casa di Tommy lascia intuire qualcosa.

Scrivono la loro musica, sono cresciuti a pane e punk, rock e simili, ma soprattutto sono tutti e tre fan sfegatati dei Green Day e si ispirano molto alla loro musica. Credono nel loro sogno di vivere di musica, forse Tommy e Fred ci credono talmente tanto da compensare i dubbi che ha ogni tanto Chad.

Abbastanza scemi da crederci davvero

Quando gli Analog Dogs incontrano i Green Day durante un instore, riescono a lasciare alla band una loro demo con sopra il numero di telefono di Tommy.

Ed è proprio lì che succede una cosa apparentemente insignificante, ma che poco dopo diventerà fondamentale: Tré Cool prende il numero e chiama Tommy con l’anonimo, mentre sono ancora all’instore.

Tommy torna a casa e racconta quello che è successo. Suo fratello Wayne, che ha ancora un conto in sospeso con lui dopo essere stato lasciato sul tetto mentre cercava di montare un Babbo Natale, decide che è il momento perfetto per vendicarsi.

Insieme a un amico chiama Tommy con l’anonimo, si finge Tré Cool e gli dice che i Green Day vogliono gli Analog Dogs come band di apertura per il loro concerto a Los Angeles.

È uno scherzo stupido e cattivo. Ma c’è un problema: è anche terribilmente credibile.

Tommy ha appena visto Tré Cool chiamarlo esattamente in quel modo. E quando hai diciassette anni, una band e qualcuno ti mette davanti esattamente la possibilità che stavi aspettando, forse la domanda non è più “quanto è probabile che sia vero?”.

Diventa: “e se lo fosse?”

Gli Analog Dogs ci credono. Ci credono abbastanza da rubare la macchina di Wayne e partire da Kansas City verso Los Angeles. Senza patente.

Circa ventiquattro ore di macchina per andare ad aprire un concerto dei Green Day al quale, in realtà, nessuno li ha mai invitati.

Se esiste un’immagine capace di riassumere l’incoscienza dei diciassette anni, probabilmente è questa.

Naturalmente il viaggio non procede esattamente secondo i piani.

A un certo punto riescono a mettere diesel in una macchina a benzina e rimangono bloccati lungo la strada. Entrano quindi in un pub cercando qualcuno che possa aiutarli e scoprono che è in corso un concorso musicale.

E cosa fai quando sei minorenne, senza patente, a centinaia di chilometri da casa, con una macchina che hai rubato e appena distrutto mentre stai attraversando gli Stati Uniti per raggiungere un concerto al quale credi di dover suonare?

Ovviamente sali sul palco.

Gli Analog Dogs suonano una loro canzone. E vincono.

Cinquecento dollari che, in quel momento, sembrano poter risolvere almeno uno dei problemi che si sono creati da soli.

Peccato che non possano incassarli perché sono minorenni. Ed è forse proprio questa sequenza di disastri, piccole vittorie e decisioni completamente irrazionali ad avermi fatto affezionare così tanto agli Analog Dogs.

Non sanno come arriveranno a Los Angeles. Non hanno idea di quanti altri problemi incontreranno lungo la strada. A essere precisi, non potrebbero nemmeno essere sulla strada.

Ma continuano.

Perché forse, per credere davvero nella tua band, devi essere anche un po’ scemo.

Abbastanza scemo da credere che una telefonata possa cambiare tutto, abbastanza scemo da attraversare mezzo Paese senza patente perché qualcuno ti ha detto che dall’altra parte ti aspetta il palco dei Green Day.

Abbastanza scemo da pensare, nonostante tutto: “e se fosse vero?”.

I cinquecento dollari sfumano e la macchina non sembra avere intenzione di ripartire. Ma la proprietaria del pub, quando scopre che quei tre ragazzini devono arrivare a Los Angeles perché sono convinti di dover aprire un concerto dei Green Day, decide di prestargli un vecchio furgoncino dei gelati.

E così il viaggio riparte.

A questo punto Nimrods sembra quasi funzionare secondo una regola molto semplice: ogni volta che qualcosa dovrebbe costringere gli Analog Dogs a tornare a casa, succede qualcos’altro che permette loro di andare avanti.

Anche quando sono loro stessi a deviare dalla strada.

Durante una sosta Tommy conosce una ragazza bionda, Olivia. Tra i due nasce immediatamente qualcosa e, quando lei lo invita a un evento quello stesso pomeriggio, i ragazzi decidono che Los Angeles può aspettare ancora qualche ora.

È lì che incontrano i The Paradox, ascoltano il loro set e finiscono, ancora una volta, a suonare anche loro. Tommy scopre che la ragazza canta e suona la chitarra e tra i due il feeling cresce, ma quando arriva il momento di salutarsi lei rimanda il bacio con una promessa semplicissima: “quando ritorni”.

Come se tornare fosse già una certezza.

Non tutti e tre, però, vivono il viaggio con la stessa convinzione.

Chad è quello che fin dall’inizio sembra avere più dubbi sull’intera situazione. A un certo punto quei dubbi diventano abbastanza forti da farlo mollare: durante una sosta scende dal retro del furgoncino senza farsi vedere dagli altri e se ne va.

Tommy e Fred si ritrovano improvvisamente in due. Sono preoccupati per il loro amico e, per la prima volta, sembrano davvero iniziare a chiedersi se tutta quella follia abbia ancora senso.

Ma continuano.

Chad ritorna insieme a sua madre, che è riuscita a rintracciare gli altri grazie a un AirTag nascosto nella batteria del figlio. Sembrerebbe il momento in cui un adulto mette finalmente fine a un viaggio che, a essere onesti, non sarebbe mai dovuto cominciare. E invece succede esattamente il contrario.

Nel mezzo della discussione è proprio Chad, quello che aveva dubitato più di tutti e che poco prima aveva deciso di tornare a casa, a proporre la soluzione più assurda: rubare la macchina di sua madre e continuare verso Los Angeles.

E il viaggio ricomincia.

Quando finalmente arrivano a destinazione, naturalmente nessuno della sicurezza crede che quei tre minorenni comparsi dal nulla siano davvero la band che dovrebbe aprire per i Green Day.

A quel punto, però, hanno attraversato mezzo Paese senza patente, distrutto una macchina, viaggiato su un furgoncino dei gelati, perso per strada un componente della band, recuperato in un parcheggio di un diner e rubato un’altra auto.

Farsi fermare dalla security sarebbe quasi ridicolo.

Così provano a entrare con tre piani talmente stupidi da risultare perfettamente coerenti con tutto quello che hanno fatto fino a quel momento: Tommy ruba una giacca della sicurezza, Fred si procura un pass backstage e Chad finisce dentro il costume del Drunk Bunny.

E, in qualche modo, funziona.

Chad viene scambiato per chi dovrebbe realmente indossare il costume e finisce prima sul palco a scaldare il pubblico e poi dietro le quinte. Tommy, invece, viene scoperto nei camerini e sbattuto fuori.

È proprio fuori dal locale che incontra suo fratello, arrivato fino a Los Angeles insieme all’amico con cui aveva organizzato lo scherzo. Dopo una telefonata finta, una macchina rubata e migliaia di chilometri percorsi per inseguirne le conseguenze, i due fanno finalmente pace e Tommy riesce, grazie a lui, a entrare davvero al concerto.

Per qualche minuto, ognuno degli Analog Dogs vive quel sogno da un posto diverso.

Fred è in prima fila e viene addirittura scelto per salire sul palco a suonare la chitarra. Chad guarda il concerto da dietro le quinte. Tommy è in balconata.

Non stanno aprendo per i Green Day come credevano. Ma sono arrivati a Los Angeles. Sono dentro.

E dopo tutto quello che è successo, sembra già abbastanza incredibile.

Naturalmente Tommy riesce a farsi cacciare un’altra volta. Mentre la sicurezza lo trascina fuori, continua a ripetere che lui i Green Day li conosce davvero. Una frase che, dopo tutto quello che abbiamo visto, suona quasi come l’ultima disperata convinzione di un diciassettenne che non vuole ammettere di aver attraversato mezzo Paese per niente.

Poi passa Billie Joe Armstrong.

E lo riconosce.

La demo che gli Analog Dogs avevano lasciato all’instore è stata davvero ascoltata. A Billie Joe è piaciuta e promette a Tommy che li chiamerà: magari per suonare qualcosa insieme, magari per scrivere.

Alla fine, quindi, quello che ha messo in moto l’intero viaggio era uno scherzo.

Ma il sogno dietro quello scherzo non era poi così assurdo.

Fuori dal concerto gli Analog Dogs si ritrovano finalmente tutti insieme e possono iniziare il viaggio verso casa.

Non prima, però, di un’ultima deviazione.

Sulla strada per Kansas City ripassano dal posto in cui Tommy aveva conosciuto Olivia. Lei gli aveva detto “quando ritorni”. Tommy è tornato. E questa volta, finalmente, si baciano.

Mi manca avere diciassette anni e pensare di potermi mangiare il mondo

È stata soprattutto quella spensieratezza a lasciarmi qualcosa una volta uscita dalla sala.

Mi ha fatto una nostalgia tremenda.

Non necessariamente di quello che facevo a diciassette anni, né della mia vita di allora. Mi manca piuttosto il modo in cui a quell’età si riesce a guardare quello che c’è davanti.

Quella sensazione per cui il futuro è enorme, indefinito e quindi, proprio per questo, potenzialmente pieno di qualsiasi cosa.

A diciassette anni puoi ancora pensare “perché non io?” senza sentire immediatamente il bisogno di compilare mentalmente un elenco di tutte le ragioni per cui probabilmente non funzionerà.

Crescendo diventiamo più bravi a fare i conti. Con i soldi, con il tempo, con le responsabilità, con le conseguenze delle nostre scelte. Impariamo a distinguere una buona idea da una pessima idea, a capire quando qualcosa è improbabile, a proteggerci un po’ meglio dalle delusioni.

Ed è giusto così.

Solo che, insieme a tutto questo, rischiamo di perdere anche una parte di quella meravigliosa incoscienza che permetteva di pensare che magari potevamo davvero mangiarcelo, quel mondo.

Gli Analog Dogs mi hanno fatto venire nostalgia proprio di questo.

Di quando la possibilità che qualcosa andasse incredibilmente bene riusciva ancora a essere più forte della paura che andasse terribilmente male.

E la cosa più bella è che, alla fine, il loro piano fallisce.

Gli Analog Dogs non aprono il concerto dei Green Day. Sono partiti per qualcosa che non succederà mai.

Ma se non fossero partiti non avrebbero suonato in quel pub, Tommy non avrebbe conosciuto Olivia, Fred non sarebbe salito sul palco con i Green Day e Chad non avrebbe guardato il concerto da dietro le quinte. E Tommy non avrebbe mai scoperto che Billie Joe aveva davvero ascoltato la loro demo.

Sono partiti per qualcosa che non esisteva e lungo la strada hanno trovato una quantità di cose che non stavano nemmeno cercando.

Forse è anche questo che mi manca dei diciassette anni: riuscire a partire senza avere bisogno di sapere in anticipo esattamente dove quel viaggio ti porterà.

Crederci non significa necessariamente farcela

Sarebbe facile trasformare tutto questo nella solita morale sui sogni.

Credici abbastanza e succederà. Non mollare mai e prima o poi ce la farai. Se lo vuoi davvero, troverai il modo.

Ma non funziona così. Sono tutte stronzate, e te ne renderai conto solo quando la vita te lo sbatterà in faccia senza tanti complimenti.

Puoi credere in qualcosa con tutto te stesso e fallire comunque, puoi essere bravo e non avere mai l’occasione giusta. Puoi continuare a provarci e scoprire che la cosa che desideravi semplicemente non succederà.

Ma forse non è questo il punto.

Forse il valore di quella convinzione non sta nella certezza che alla fine verrai ricompensato, né nell’idea che ogni viaggio debba necessariamente portarti esattamente dove pensavi.

Forse sta semplicemente nell’essere disposto a partire quando ancora non sai come andrà a finire.

Crescendo diventiamo molto bravi a voler conoscere la destinazione prima ancora di decidere se vale la pena mettersi in viaggio. Vogliamo sapere se funzionerà, se ne varrà la pena, se quello che troveremo dall’altra parte giustificherà il rischio.

Gli Analog Dogs fanno esattamente il contrario. Partono verso una destinazione che, senza saperlo, nemmeno esiste. E non trovano quello che stavano cercando. Trovano qualcos’altro.

Non tutto quello per cui partiamo sarà ciò che troveremo una volta arrivati. Ma questo non significa necessariamente che partire sia stato inutile.

A volte forse bisogna semplicemente concedersi di salire sul palco anche sapendo che qualcuno potrebbe fischiarci. Di continuare a suonare quando sarebbe molto più facile smettere. Di pensare, almeno per un momento: “e se fosse vero?”.

Forse non dobbiamo perdere proprio tutto

Non voglio davvero tornare ad avere diciassette anni. Ne sono decisamente convinta.

Ma per un paio d’ore Nimrods mi ha fatto ricordare cosa significava avere davanti un mondo che sembrava ancora abbastanza grande da contenere qualsiasi possibilità.

E quando sono uscita dal cinema quella sensazione mi mancava.

Forse crescere significa inevitabilmente perdere un po’ di quella spensieratezza. Imparare che non tutte le strade portano da qualche parte, che non tutti i sogni diventano realtà e che a volte quello che sembra l’inizio della più grande avventura della tua vita è soltanto una pessima idea.

Ma non sono sicura che dobbiamo perdere proprio tutto.

Forse non possiamo tornare ad avere diciassette anni e guardare il mondo esattamente nello stesso modo.

Possiamo però concederci, ogni tanto, di non sapere già come andrà a finire. Di partire lo stesso. Di salire su quel palco.

E di essere ancora abbastanza scemi da credere nella nostra band.

Stereo Archives #03 – American Idiot

Non ricordo quale canzone fosse.

Credo fosse Holiday. O forse Boulevard of Broken Dreams. Ricordo però che ero nel giardino di casa di mia nonna, che qualcuno aveva la radio accesa e che, a un certo punto, sono partiti i Green Day.

Il resto è molto più nitido.

Doveva essere il 2007 o il 2008. American Idiot era uscito già da qualche anno, 21st Century Breakdown ancora no, e io non avevo idea che quella canzone ascoltata quasi per caso sarebbe diventata l’inizio di una ricerca sfrenata su YouTube.

Volevo sapere chi fossero. Volevo ascoltare altro.

E nel giro di pochissimo tempo American Idiot è diventato IL disco.

Quasi vent’anni dopo, lo è ancora.

Da una canzone a IL disco

Da lì è partito tutto nel modo più prevedibile possibile per una ragazzina alla fine degli anni Duemila: ore passate su YouTube a cercare qualsiasi cosa avesse scritto sopra “Green Day”.

Una canzone tirava l’altra. Un video portava al successivo. E in mezzo a tutto quello che stavo scoprendo, continuavo a tornare ad American Idiot.

Non credo fosse soltanto per le canzoni. C’era qualcosa nell’idea stessa di quel disco che mi aveva completamente conquistata: scoprire che dietro quei titoli c’erano dei personaggi, che le canzoni si parlavano tra loro, che seguendole potevo ricostruire una storia.

E più cercavo di capirne la storia, più finivo sempre nello stesso punto.

Jimmy e Whatsername

Per arrivare a loro bisogna fare qualche passo indietro. Il Jesus of Suburbia lascia Jingletown e la vita che conosce per cercare qualcosa altrove. È lontano da casa che compare St. Jimmy: una versione più estrema, rabbiosa e autodistruttiva di sé, un’identità che sembra costruita apposta per affrontare quel nuovo mondo.

Poi arriva Whatsername.

E con lei cambia qualcosa. Perché Whatsername non è semplicemente qualcuno che entra nella vita di Jimmy: è una delle poche persone capaci di guardare oltre St. Jimmy, oltre quell’identità che si è costruito. In una storia fatta fino a quel momento di fuga, rabbia e alienazione, improvvisamente c’è anche un legame.

Un legame che, però, non dura.

Whatsername se ne va. Jimmy rimane a fare i conti con quello che è diventato e, poco dopo, anche St. Jimmy arriva alla fine. Più che una morte nel senso letterale del termine, è la fine di quell’identità. Il Jesus of Suburbia può tornare a casa.

E potrebbe finire così.

Ma poi torna Whatsername.

Non c’è una riconciliazione, non c’è un ultimo incontro e non sappiamo nemmeno davvero cosa ne sia stato di lei. C’è soltanto qualcuno che, tempo dopo, prova a ricordare una persona che non fa più parte della sua vita.

Si chiede come stia, quale vita abbia costruito. Cerca di ricordarne il volto e si accorge che persino quello comincia a sfuggirgli.

Eppure qualcosa non è sparito insieme a lei.

“Forgetting you but not the time.”

Quella frase mi aveva colpita fin dai primi ascolti.

A dodici anni ero convinta di sapere esattamente cosa significasse.

Ero convinta di averla capita.

Molto più di una storia

A rendere American Idiot così importante per me non è mai stata soltanto la storia che racconta.

Sotto Jimmy, Whatsername e il Jesus of Suburbia c’è molto più della trama che cercavo di ricostruire da ragazzina. Ci sono rabbia, paura, solitudine, disillusione e quel bisogno di trovare il proprio posto nel mondo che attraversa tutto il disco.

American Idiot è profondamente legato al momento in cui è nato. C’è l’America dei primi anni Duemila, c’è la guerra, c’è la politica, c’è la sensazione che qualcosa intorno non funzioni più.

Eppure, ventidue anni dopo, non mi sembra un disco rimasto intrappolato nel 2004.

Perché puoi togliere Jimmy dalla sua città, puoi togliere i riferimenti politici e persino dimenticare per un momento che stai ascoltando una rock opera, e rimangono comunque alcune delle cose più universali che si possano raccontare: voler scappare dal posto in cui sei cresciuto, costruirti una versione di te stesso per riuscire ad affrontare il mondo, innamorarti, perdere qualcuno, tornare indietro e scoprire che nel frattempo sei cambiato.

E soprattutto rimangono le canzoni.

Ci sono Jesus of Suburbia e Homecoming, nove minuti ciascuna senza avere mai la sensazione di esserlo. Ci sono Holiday e Boulevard of Broken Dreams, attaccate l’una all’altra eppure capaci di vivere perfettamente anche da sole. C’è Letterbomb, che per me è diventata qualcosa di molto più grande del posto che occupa nella storia.

E poi c’è Whatsername, che riesce a chiudere un disco enorme facendo esattamente il contrario: diventando piccola.

Dopo tutta la rabbia, i personaggi, le fughe e i ritorni, alla fine rimane soltanto il ricordo sbiadito di qualcuno.

Forse è anche per questo che American Idiot continua a funzionare.

È enorme senza avere bisogno di esserlo sempre.

Bullet in a Bible: dall’altra parte dello schermo

Poco dopo American Idiot è arrivato anche Bullet in a Bible.

Fino a quel momento quelle canzoni erano state soprattutto qualcosa che ascoltavo da sola, passando da un video all’altro su YouTube. Poi me le sono ritrovate davanti suonate di fronte a una folla enorme.

Le conoscevo già a memoria, ma lì sembravano diventare qualcosa di completamente diverso. Più grandi. Più vive.

E io guardavo tutto dall’altra parte dello schermo.

Per entrarci davvero avrei dovuto aspettare ancora qualche anno.

Letterbomb

Letterbomb, invece, mi aveva conquistata molto prima di sentirla dal vivo.

Era già una delle canzoni a cui tornavo più spesso quando, nel 2013, sono andata a vedere i Green Day. Quella sera aprivano gli All Time Low e, anche se allora non potevo ancora saperlo, sarebbe diventata la sera a cui continuo a tornare quando penso a cosa sarebbe diventata per me la musica live.

Poi è partita Letterbomb.

Non ricordo un momento preciso in cui ho pensato: questo è il mio posto. Probabilmente non c’è stato. Ricordo però la sensazione di essere esattamente dove volevo essere, in mezzo a una folla, mentre una canzone che conoscevo a memoria diventava improvvisamente qualcosa che potevo vivere.

Qualche anno prima avevo guardato quelle stesse canzoni attraversare una folla enorme in Bullet in a Bible.

Adesso ero dentro quella folla anch’io.

Non credo di essere uscita da quel concerto pensando di aver appena scoperto qualcosa su di me. L’ho capito dopo.

Ma se oggi devo scegliere la sera in cui tutto questo ha iniziato a prendere forma, torno sempre al 2013.

E quasi sempre, prima ancora del resto, torno a Letterbomb.

Dall’inizio alla fine

Quando i Green Day hanno annunciato che nel 2024 avrebbero suonato Dookie e American Idiot per intero, la mia prima reazione è stata piuttosto semplice: io quel concerto non potevo perdermelo.

Non era soltanto l’idea di vedere di nuovo i Green Day. Era sapere che, quasi vent’anni dopo aver scoperto American Idiot, avrei finalmente ascoltato dal vivo tutta quella storia dall’inizio alla fine.

Eppure, anche quando ero già lì, continuavo a fare fatica a crederci.

Conoscevo la scaletta. Sapevo perfettamente cosa sarebbe successo. Ma credo di aver iniziato a realizzare davvero quello che stavano facendo soltanto quando sono arrivate quelle canzoni che normalmente non trovano spazio nei loro concerti.

Quando hanno suonato Pulling Teeth ho pensato: okay, allora lo stanno facendo davvero.

E quando è arrivato il momento di American Idiot, quella sensazione è diventata ancora più forte.

Per anni avevo ascoltato quelle canzoni una dopo l’altra, seguendo una storia che da ragazzina cercavo di ricostruire passando ore su YouTube. Adesso, per la prima volta, potevo attraversarla tutta dal vivo.

Are We the Waiting è diventata St. Jimmy. Give Me Novacaine è diventata She’s a Rebel.

Passaggi che conoscevo da quasi vent’anni, ma che fino a quel momento avevo potuto vivere soltanto dentro il disco.

Quella sera erano davanti a me.

E alla fine è arrivata Whatsername.

La stessa canzone che a dodici anni ero convinta di aver capito.

Forgetting you but not the time

A dodici anni ero convinta di aver capito Whatsername.

E in parte era vero.

Capivo cosa raccontava. Capivo l’idea di perdere qualcuno e continuare a portarsi dietro il ricordo del tempo passato insieme. Quelle parole mi arrivavano già allora, altrimenti probabilmente non sarebbero rimaste con me così a lungo.

Ma capirle non significava ancora comprenderle davvero.

Per quello serviva tempo.

Serviva crescere, conoscere persone, perderne altre. Serviva scoprire che alcuni ricordi rimangono perfettamente nitidi mentre altri cominciano a perdere i contorni. Che puoi dimenticare dettagli che credevi impossibili da dimenticare e conservare, invece, sensazioni che pensavi sarebbero sparite molto prima.

Oggi torno a Whatsername e ritrovo ancora la stessa canzone che ascoltavo a dodici anni.

Ma io non sono più la stessa.

E forse è questa la cosa che mi sorprende di più quando torno ad American Idiot.

Il disco non è cambiato.

Quelle parole sono sempre state lì. Quel significato era sempre stato lì.

Sono io ad aver impiegato quasi vent’anni per raggiungerlo.

Non guardo la ragazzina che ascoltava quel disco pensando che non avesse capito niente. Al contrario, provo una certa tenerezza per quanto fosse convinta di aver già afferrato tutto.

Perché qualcosa l’aveva afferrato davvero.

Semplicemente, non aveva ancora vissuto abbastanza per sapere quanto potessero pesare certe parole.

E quando oggi torno ad American Idiot, insieme alle canzoni ritrovo anche lei.

Una versione di me che non esiste più nello stesso modo, ma che è ancora da qualche parte tra quelle quattordici tracce.

Il disco è rimasto. Io sono cambiata.

E forse è proprio per questo che American Idiot è ancora IL disco.

Non perché riesca a riportarmi a dodici anni.

Ma perché è riuscito ad arrivare fino a qui con me.

Stereo Archives #02 – A Beautiful Lie

A Beautiful Lie ha vent’anni.

È una frase che razionalmente capisco, ma che emotivamente faccio ancora un po’ fatica ad accettare. Perché ci sono dischi che appartengono talmente tanto a un momento della nostra vita che nella nostra testa rimangono fermi lì, insieme alla persona che eravamo quando li abbiamo scoperti.

Poi passano gli anni, cambia praticamente tutto, e quelle canzoni sono ancora al loro posto.

Forse è proprio per questo che tornare oggi ad A Beautiful Lie non significa soltanto riascoltare un disco del 2005. Significa capire cosa ne è rimasto, vent’anni dopo, e cosa è rimasto di noi dentro quelle canzoni.

Prima di A Beautiful Lie

Quando esce A Beautiful Lie, i Thirty Seconds to Mars non sono una band appena nata. Hanno già alle spalle il debutto omonimo del 2002 e un’identità che ha cominciato a prendere forma.

Ma è con il secondo album che succede qualcosa.

A Beautiful Lie sembra il momento in cui tutti gli elementi iniziano a incastrarsi: il suono, l’estetica, l’ambizione, quella tendenza a rendere ogni emozione enorme che diventerà praticamente inseparabile dal nome Thirty Seconds to Mars.

È il disco che non si limita a raccontare chi sono. È quello che, per tantissime persone, me compresa, li trasforma nei Thirty Seconds to Mars.

Tutto deve essere enorme

Basta Attack per capirlo.

A Beautiful Lie non prova nemmeno a concedersi un ingresso graduale. La prima traccia parte già con una tensione addosso che continua ad accumularsi fino a esplodere, come se non esistesse altro modo possibile di iniziare il disco.

Ed è quasi una dichiarazione d’intenti. Nei Thirty Seconds to Mars di quegli anni tutto sembra dover essere vissuto al massimo: la rabbia, la frustrazione, il bisogno di scappare, persino quello di capire chi si è davvero.

Attack mette immediatamente in chiaro le regole. Qui le mezze misure non sono previste.

La title track porta quella stessa intensità in un territorio diverso.

A Beautiful Lie vive già nel contrasto contenuto nel suo titolo: qualcosa può essere bellissimo e allo stesso tempo non essere vero. Ed è una contraddizione che attraversa bene un disco continuamente sospeso tra quello che mostriamo, quello che vorremmo essere e quello che rimane quando proviamo a guardarci davvero.

Anche musicalmente non c’è particolare interesse per la discrezione. Tutto cresce, si stratifica, cerca continuamente uno spazio più grande.

Ed è forse proprio qui che comincia a diventare evidente una caratteristica che finirà per definire i Thirty Seconds to Mars per molto tempo: non basta provare qualcosa. Bisogna farla sembrare enorme.

E poi, inevitabilmente, c’è The Kill.

“This is who I really am”

Si può parlare di A Beautiful Lie senza trasformare tutto in un articolo su The Kill.

Ma si può davvero raccontare quel disco senza fermarti almeno un momento qui?

Ci sono canzoni che diventano più grandi del disco a cui appartengono, e nel caso di A Beautiful Lie è praticamente impossibile non partire da qui.

Non soltanto perché è diventata una delle canzoni più riconoscibili dei Thirty Seconds to Mars, ma perché al centro ha qualcosa di molto più semplice e universale di tutta la grandiosità costruita intorno al disco: il tentativo di capire chi siamo quando smettiamo di essere quello che qualcun altro si aspetta da noi.

“This is who I really am.”

Forse è anche per questo che quella frase è rimasta così tanto.

A un’età in cui capire chi sei è già abbastanza complicato, avere una canzone che ti permetta almeno di urlarlo può significare moltissimo. E The Kill era esattamente quel tipo di canzone: rabbiosa, vulnerabile, drammatica quanto basta da sembrare gigantesca quando sei adolescente.

Poi cresci. Cambiano le cose che ti fanno arrabbiare, cambia il modo in cui guardi te stesso e probabilmente cambia persino quello che senti dentro quelle parole.

Ma parte quel ritornello e la voglia di urlare a squarciagola rimane.

Una geografia diversa

Ma un disco che rimane con noi per così tanto tempo finisce quasi sempre per avere una geografia diversa da quella disegnata dai suoi singoli.

The Kill è inevitabilmente una delle canzoni simbolo di A Beautiful Lie. Ma se penso alle tracce che ho sempre sentito più mie, fin dai primi ascolti, torno soprattutto a The Fantasy e Was It a Dream?.

Due canzoni molto diverse tra loro, che raccontano però altrettanto bene le due anime del disco.

The Fantasy per me è sempre stata una delle canzoni più rappresentative di A Beautiful Lie, anche senza essere una di quelle che vengono nominate per prime quando si parla del disco.

Ha quella tensione quasi costante che attraversa buona parte dell’album, ma qui sembra diventare ancora più evidente. Parte trattenuta, continua ad accumulare energia e dà continuamente la sensazione di essere sul punto di esplodere.

È una delle cose che ho sempre amato di questo disco: anche quando non sta necessariamente cercando il ritornello più grande possibile, sembra comunque incapace di vivere un’emozione a metà.

Forse è anche per questo che The Fantasy è rimasta una delle mie preferite fin dall’inizio. Non ha mai avuto bisogno di essere The Kill per lasciarmi qualcosa. Era semplicemente una di quelle che aspettavo arrivasse.

Se A Beautiful Lie viene ricordato soprattutto per i suoi momenti più esplosivi, Was It A Dream? è sempre stata una delle canzoni che mi hanno fatto amare anche tutto quello che succede quando il disco abbassa la voce.

C’è qualcosa di più fragile e malinconico, una sensazione di distanza che oggi mi colpisce forse persino più di quanto facesse quando l’ho ascoltata le prime volte.

Perché nel frattempo sono passati vent’anni. E riascoltare una canzone che conosci da così tanto tempo significa inevitabilmente sovrapporre quello che stai ascoltando adesso a tutto quello che ci hai lasciato dentro negli anni.

Was It a Dream? per me appartiene proprio a quella parte di A Beautiful Lie: meno immediata, forse meno iconica, ma capace di restare attaccata ai ricordi in un modo completamente diverso.

Irrimediabilmente anni Duemila

Poi c’è una cosa che sarebbe inutile fingere.

A Beautiful Lie è terribilmente, meravigliosamente anni Duemila.

Lo è nelle canzoni, nell’estetica, nei videoclip, nel modo in cui ogni cosa sembra dover essere drammatica almeno il doppio del necessario. Basta riguardare certe immagini di quell’epoca per essere catapultati in un momento molto preciso della musica alternative.

Oggi potremmo sorridere davanti ad alcune cose. Oppure possiamo ammettere che erano bellissime proprio perché nessuno sembrava avere paura di essere eccessivo.

Forse A Beautiful Lie porta così bene addosso i suoi vent’anni proprio perché non ha mai provato a essere senza tempo. Appartiene profondamente alla propria epoca.

E adesso quell’epoca è diventata anche nostalgia.

Il mio “A Beautiful Lie”

Nel mio caso, però, A Beautiful Lie ha un punto d’ingresso molto preciso.

From Yesterday.

E ha anche un luogo: il divano di casa mia.

Stavo guardando MTV Rocks quando è partito il video. Non conoscevo i Thirty Seconds to Mars e non sapevo praticamente nulla di quello che stavo per ascoltare.

Ricordo però perfettamente la sensazione.

L’ho guardato a occhi sgranati, come se avessi appena scoperto la cosa più sconvolgente al mondo.

Probabilmente parte del merito era proprio del video, impossibile da ignorare e costruito con quella stessa ambizione smisurata che avrei poi imparato ad associare ai Thirty Seconds to Mars. Ma c’era anche la canzone: immediata, potente, abbastanza d’impatto da farmi venire voglia di capire chi fossero quelli che avevo appena visto sullo schermo.

E infatti non è finita lì.

From Yesterday mi aveva incuriosita abbastanza da spingermi a cercare altro. Da una canzone sono arrivata ad A Beautiful Lie, e da A Beautiful Lie a tutto il resto.

Per questo oggi faccio fatica ad ascoltarla semplicemente come uno dei singoli più importanti del disco. Prima ancora di sapere cosa avrebbe significato per me questa band, prima di conoscere davvero l’album e tutte le canzoni che sarebbero diventate le mie preferite, c’è stata quella scena.

Io sul divano. MTV Rocks. E la sensazione improvvisa di aver appena scoperto qualcosa che dovevo assolutamente conoscere meglio.

Cosa resta vent’anni dopo?

Vent’anni sono abbastanza per cambiare una band.

Sono abbastanza per cambiare chi la ascolta. Sono abbastanza perché un intero modo di vivere, scoprire e condividere la musica diventi quasi materiale da archivio.

I Thirty Seconds to Mars di oggi non sono quelli del 2005. E noi che ascoltavamo quelle canzoni non siamo più le stesse persone.

Eppure A Beautiful Lie è ancora qui.

Forse non serve nemmeno stabilire se sia “invecchiato bene”. Mi interessa molto di più il fatto che abbia continuato a esistere nella vita delle persone che lo hanno amato. Che bastino ancora le prime note di certe canzoni per riconoscerle immediatamente. Che The Kill continui a essere urlata come se quei vent’anni nel mezzo non esistessero.

Alcuni dischi sopravvivono perché sembrano non appartenere a nessuna epoca.

A Beautiful Lie, forse, ha fatto esattamente il contrario.

Non siamo più quelli del 2005

A Beautiful Lie ha vent’anni.

Nel frattempo sono cambiati i Thirty Seconds to Mars, è cambiato il mondo intorno a loro e siamo cambiati noi.

Forse è per questo che riascoltare un disco così tanto tempo dopo non può essere soltanto un esercizio di nostalgia. Non possiamo tornare esattamente nel punto in cui quelle canzoni ci hanno trovati la prima volta.

Possiamo però riconoscerlo. Possiamo ricordarci chi eravamo, accorgerci di quanta strada abbiamo fatto e scoprire che qualcosa, inspiegabilmente, è rimasto nello stesso posto.

Forse è questo che fanno i dischi che restano davvero.

Non ci riportano indietro nel tempo. Ci ricordano tutte le versioni di noi che li hanno ascoltati.

Una notte al Punkz: perché ne vale la pena

Se aveste detto alla me sedicenne che a 29 anni avrei preso la macchina con un’amica dopo una trasferta di lavoro, partendo da Roma alle 22 e arrivando a Ravenna quasi alle 3 di notte, probabilmente avrebbe riso e avrebbe pensato che la sua versione ventinovenne aveva qualche rotella fuori posto.

Ora che di anni ne ho appena fatti 30 e che ho fatto esattamente quanto sopra, mi rendo conto che la me sedicenne non ha tutti i torti.

Eppure, certe volte, ne vale la pena. 

Per alcuni eventi vale la pena dormire poco e niente, lavorare al pc dal letto della camera d’hotel fino alle 18:30 per poi volare da Mediaworld a comprare una memory card per la macchina fotografica (perché, facendo lo zaino di fretta alle 21:30, ovviamente non potevo ricordarmi tutto) e correre a un concerto. Stavolta, al Sottomarino 54 di Ravenna per il Punkz.

Già due anni fa, a marzo 2024, avevo avuto l’occasione di partecipare al Punkz alla sua prima edizione, al Bronson di Ravenna. Anche quello è stato un viaggio folle post lavoro, una pazzia a tappe proposta da me e accettata senza battere ciglio da amiche pazze come me o forse ancora di più. Ho potuto vedere da vicino tutta la cura e il cuore che ci ha messo l’organizzazione fin da questo primo evento, tutte sensazioni che ho trovato nuovamente in questa edizione estiva.

L’edizione estiva del Punkz comincia con un super agguerrito torneo di beer pong, che mi gusto bevendo il primo spritz della serata. Otto tavoli, vari gironi e sfide vinte letteralmente all’ultimo rimbalzo, con uno spirito competitivo ma sempre giocoso e rispettoso. Ai vincitori una cassa di Monster, e una volta visto il premio mi sono pentita di non essermi iscritta.

Il tempo di una piadina, di una chiacchiera con i ragazzi dei Sunset Radio, i padroni di casa nonché headliner della serata, e si parte con la musica live.

Ad aprire le danze ci sono i Welcome Fico, che scaldano e caricano il pubblico con il loro pop-punk coinvolgente, facendo anche aprire qualche pogo. È sempre bellissimo vedere un pubblico che canta le canzoni della band che è sul palco.

Non conoscevo la loro musica, ma sono stati una scoperta molto apprezzata e sicuramente da tenere sott’occhio.

Si continua con i WEL, il pubblico è ormai caldo e la band ci tiene attivi dall’inizio alla fine del set.

Ascolto i WEL da quando si chiamavano ancora Why Everyone Left, cantavano solamente in inglese e non era ancora uscito nessun album. Ho trovato recentemente un volantino di una loro serata a Roma nel 2017, probabilmente la prima volta che li ho visti live.

Forse è anche per questo che, ogni volta che ho l’occasione di vederli suonare, osservo come reagisce il pubblico, soprattutto chi non li conosce. E provo una soddisfazione immensa nel vedere lo scambio di energia che si crea con il palco, il coinvolgimento di chi urla ogni parola, ma anche di chi ascolta e, pezzo dopo pezzo, apprezza sempre di più il progetto WEL.

Al Punkz ascolto per la prima volta dal vivo le canzoni del loro primo album, Vita Morte e Miracoli, uscito ad aprile di quest’anno. Ad essere proprio sincera, in realtà le canto a squarciagola dalla prima all’ultima.

Ci sono tre canzoni che mi porto a casa, per motivi diversi.

Stella, una delle mie canzoni preferite dell’album, cantata insieme a Enny dei Sunset Radio.

Gaia, un pezzo che mi ha fatta sentire capita fin dal primissimo ascolto. Perché alla fine siamo un po’ tutti “sempre divisi a metà tra crisi d’identità” e con la voglia di partire e mollare tutto.

Se Hai Bisogno (sì, se ve lo state chiedendo, sono di parte per questa canzone), accompagnata da una profonda riflessione su quanto ci sia bisogno di supporto tra noi, soprattutto nell’orrenda situazione in cui ultimamente si trova tutto il mondo.

Un concerto dei WEL è sempre una scarica di energia. Una chiacchierata post live con loro mi dimostra sempre quanto sono genuini e quanta passione mettano nelle canzoni, nei live e nella loro musica.

A chiudere la serata prima del djset finale ci sono i padroni di casa, i Sunset Radio.

Li ho conosciuti quasi per caso. Suonavano a Roma nel 2023 insieme a un’altra band che seguo da anni, i The Anthem. È bastato quel concerto per farmi venire voglia di rivederli ancora. Quella sera non avrei mai immaginato che, negli anni successivi, li avrei incrociati così tante volte. E che due di quei concerti sarebbero stati proprio nella loro Ravenna.

Si percepisce subito che questa non è una data come le altre. Il pubblico conosce ogni parola, gli sguardi tra palco e prime file sembrano quelli di amici che si ritrovano e l’atmosfera ha qualcosa di familiare.

C’è gente che, me compresa, si infila al lato del palco per riuscire a vedere meglio.

L’energia sotto palco è contagiosa, e i Sunset Radio la raccolgono, la rilanciano e la restituiscono ancora più forte a chi hanno davanti.

Tra i momenti più belli del set c’è Oggi No, cantata insieme a Enzo dei WEL. Alla batteria, per l’occasione, sale anche Paolo Gnani, regalando a un brano già potente un’energia ancora diversa. È uno di quei momenti che raccontano perfettamente lo spirito del Punkz. Non solo una lineup, ma una serata condivisa tra amici prima ancora che tra band.

C’è spazio anche per una prima volta: il debutto live di Centomila Galassie. Sentirla per la prima volta dal vivo davanti al pubblico del Punkz la rende ancora più speciale, come se quel palco fosse il posto giusto per darle lo spazio che merita.

Arriva poi uno dei momenti più emozionanti della serata: Note Blu, eseguita da Enny in versione chitarra e voce, seduto in mezzo al pubblico del Punkz.

Quando arrivano le prime note di Pagine, torno inevitabilmente a quella sera del 2023 al Traffic di Roma. Cambiano i locali, cambiano le città, cambiano gli anni, ma ci sono canzoni che riescono ancora a riportarti esattamente nel punto in cui le hai ascoltate per la prima volta. È in momenti come questo che mi ricordo perché continuo a macinare chilometri per inseguire i concerti.

Poco dopo Enny sparisce dal palco. Per qualche secondo mi chiedo dove sia finito, finché lo ritrovo sul tetto del bar a cantare Vertigini a cappella. Una scena completamente folle, perfettamente in linea con l’energia della serata. Cantiamo, o forse sarebbe meglio dire “urliamo”, tutti insieme il ritornello, poi Enny torna sul palco e con Richi, Frank, Teo e Paz chiudono il live con la scarica di adrenalina che solo quella canzone riesce a dare.

Nonostante i tanti anni passati sotto un palco da spettatrice, continuo a incantarmi osservando gli occhi degli artisti mentre guardano il loro pubblico cantare. Posso solo immaginare la soddisfazione nel sentirsi urlare a squarciagola quelle parole scritte con tanto cuore, fatica e impegno.

Ed è proprio quella la soddisfazione che ho visto negli occhi di tutte e tre le band della serata, a cui il pubblico del Punkz ha dedicato anima, cuore e voce fino alla fine.

Con le ultime canzoni del djset in sottofondo, concludo la mia serata caricando un ampli nel furgone dei Sunset e aiutandoli a chiudere i gazebo del backstage insieme alla mia pazza compagna di avventure Ilaria. Accettiamo pagamento in birre e Monster, portateci in tour.

Stereo Archives #01 – A Flair For The Dramatic

A Flair for the Dramatic dei Pierce The Veil è uscito il 26 giugno del 2007. Io, a giugno 2007, avevo 11 anni da compiere e probabilmente non avevo mai ascoltato neanche una canzone alternative, emo, pop-punk e giù di lì. Non posso negare che, molto probabilmente, se avessi ascoltato questo disco appena uscito, non mi sarebbe piaciuto.

Adesso, nel giugno del 2026, mi ritrovo a guardare il vinile appena arrivato – una bellissima variante numerata bianca e oro – e a chiedermi come sia possibile che un album pubblicato quasi vent’anni fa riesca ancora a sembrare così vivo.

Negli ultimi mesi mi sono ritrovata spesso in quella terra di mezzo in cui una parte della mia vita sta finendo e un’altra deve ancora cominciare.

Un trasferimento in arrivo, un progetto personale che prende forma, la sensazione costante di stare lasciando qualcosa alle spalle mentre provo a costruire qualcosa di nuovo. Ci sono momenti in cui tutto cambia contemporaneamente: i posti che conosci, le abitudini che ti accompagnano da anni, le persone che vedi ogni giorno.

E mentre provi a capire dove stai andando, finisci spesso per tornare alle cose che ti hanno sempre fatto sentire a casa, al posto giusto.

Forse è anche per questo che A Flair for the Dramatic mi sta parlando proprio adesso.

Perché in mezzo a tutti questi cambiamenti mi sono accorta di essere tornata sempre più spesso verso quei dischi che non hanno paura di sentire troppo, di essere se stessi in tutte le proprie sfaccettature e i propri spigoli. Quei dischi che non cercano di ridimensionare le emozioni, ma le accolgono per quello che sono.

E A Flair for the Dramatic è esattamente questo: un disco teatrale fin dal titolo.

Non cerca di essere misurato, elegante o razionale. È esagerato, impulsivo, a tratti perfino eccessivo. Ma è proprio questa la sua forza.

Vive di melodie enormi, immagini surreali e sentimenti portati all’estremo. È il tipo di album che non cerca mai di trattenersi, che prende ogni emozione e la trasforma in qualcosa di gigantesco.

E forse è proprio per questo che continua a funzionare così bene, quasi vent’anni dopo. Perché non prova mai a sembrare qualcosa che non è.

Ascoltandolo oggi, viene quasi da pensare che il titolo fosse una dichiarazione d’intenti.

Nonostante sia un debutto, A Flair for the Dramatic sembra già sapere perfettamente cosa vuole essere. Dentro ci sono già tutti gli elementi che negli anni successivi avrebbero reso i Pierce The Veil una delle band più riconoscibili della loro generazione: le melodie che si incastrano nel caos, le chitarre che passano continuamente dall’essere aggressive all’essere quasi eleganti, i testi che trasformano ogni emozione in qualcosa di enorme.

Eppure c’è anche qualcosa che nei dischi successivi sarebbe inevitabilmente cambiato.

C’è quella sensazione di urgenza che appartiene solo ai primi capitoli. Quella voglia di dire tutto, subito, senza preoccuparsi troppo di risultare eccessivi. 

La sensazione di una band che ha già trovato la propria voce, ma che non ha ancora imparato a contenerla.

I debutti hanno qualcosa che gli album successivi non possono avere: l’assenza di aspettative. Nessuno sa ancora cosa diventerà quella band, nemmeno la band stessa. A Flair for the Dramatic conserva ancora oggi quella libertà, quella sensazione di poter essere qualsiasi cosa.

Forse è proprio questo equilibrio a rendere A Flair for the Dramatic così affascinante ancora oggi.

Nei dischi successivi la band avrebbe affinato il proprio linguaggio. Qui invece c’è ancora qualcosa di imprevedibile. Ogni canzone sembra poter prendere una direzione diversa da quella che ti aspetti, come se i Pierce The Veil stessero ancora scoprendo fino a dove possono spingersi.

Questa sensazione attraversa tutto il disco.

La troviamo in Yeah Boy and Doll Face, che passa continuamente dalla delicatezza all’esplosione emotiva senza mai fermarsi davvero nel mezzo. È una canzone che sembra cambiare pelle ogni pochi secondi, e forse è proprio lì che si nasconde una delle caratteristiche più affascinanti del disco.

Oppure Chemical Kids and Mechanical Brides, che racchiude perfettamente quella sensazione di urgenza tipica dei debutti: la voglia di dire tutto subito, di mettere sul tavolo ogni idea senza preoccuparsi troppo delle conseguenze.

E poi c’è The Balcony Scene, probabilmente uno dei momenti in cui emerge più chiaramente il lato romantico e vulnerabile della band. Quello che negli anni successivi sarebbe diventato una delle caratteristiche più riconoscibili dei Pierce The Veil.

Sono canzoni molto diverse tra loro, ma raccontano tutte la stessa cosa: una band che ha già capito chi vuole essere, ma che non ha ancora imparato a mettere dei limiti alla propria immaginazione.

Oggi siamo abituati a filtrare tutto attraverso l’ironia. A ridimensionare quello che proviamo prima ancora di mostrarlo agli altri. Dischi come questo fanno l’opposto.

Sentono tutto fino in fondo.

Non hanno paura di essere drammatici, non hanno paura di essere vulnerabili, non hanno paura di sembrare troppo.

E ascoltandolo nel 2026 mi sono resa conto di quanto questa cosa sia diventata rara.

Per me la musica ha sempre avuto questa funzione.

Non quella di dare risposte, ma di fare spazio. Di ricordarti chi eri quando hai iniziato un viaggio e chi sei diventata lungo la strada.

E forse è anche per questo che, quasi vent’anni dopo la sua uscita, A Flair for the Dramatic continua a trovare nuove persone disposte ad ascoltarlo.

O che, come me, decidono che merita un posto sul proprio scaffale.

Le forme d’amore che ho trovato sotto palco

Chi passa abbastanza tempo sotto palco lo sa: la musica parla di amore molto più spesso di quanto sembri. Non quello delle canzoni romantiche, né quello delle grandi storie d’amore. Di un amore più silenzioso, ma incredibilmente potente, che nasce sotto un palco.

Nasce in momenti che, da fuori, sembrano minuscoli: una fila davanti a un locale, qualcuno che ti attacca bottone perché indossi la maglietta della stessa band, una voce che si unisce alla tua quando parte il ritornello di una canzone che conoscete entrambi a memoria. Sono attimi brevissimi, ma a volte bastano per creare qualcosa che dura nel tempo.

Negli anni mi sono resa conto che molti dei legami più sinceri della mia vita sono passati proprio da lì: da un palco, da una band, da una canzone cantata troppo forte.

Le persone che incontri ai concerti non sono solo persone con cui condividi dei gusti musicali. Spesso sono persone che capiscono una parte di te che fuori da lì è difficile spiegare, che altrove rimane invisibile.

E forse è per questo che queste canzoni, quando le ascolto, non mi fanno pensare solo alla musica.

Mi fanno pensare alle persone.

Dedica – Cara Calma

La prima volta che ho sentito questa canzone ero in macchina, stavo guidando per tornare a casa. Un’amica mi aveva da poco consigliato di ascoltare i Cara Calma, una band che non conoscevo, ma di cui – conoscendo i suoi gusti – ero sicura mi sarei innamorata.

Quando è partita Dedica, fin dal primo ascolto ho capito che quella canzone mi sarebbe rimasta dentro. E, senza saperlo, avevo ragione.

Due anni dopo, mi sono tatuata una frase proprio di questa canzone. Due anni e cinque concerti dopo.

Dedica è una di quelle canzoni che non parlano di amore nel modo in cui siamo abituati a sentirlo raccontare. Non parla di coppie, non parla di relazioni, non parla di finali romantici.

Parla delle persone che restano. Di quelle che tengono insieme i pezzi quando tutto il resto sembra non funzionare. Amici, compagni di viaggio, persone incontrate lungo la strada.

È una canzone che dice grazie. E a volte è proprio questo il tipo di amore di cui abbiamo più bisogno.

Minority – Green Day

Crescere con certa musica significa anche, a volte, sentirsi fuori posto, e iniziare pian piano a capire che forse non è un problema.

Minority l’ho sempre vissuta così: come una canzone che non cerca di farti sentire “giusta”, ma che ti dà il permesso di essere esattamente come sei.

Anche quando non combaci, anche quando non ti riconosci in quello che ti circonda.

Quando ai concerti parte il ritornello, Minority non è più una canzone dei Green Day: appartiene a tutti quelli che stanno cantando.

Perché non parla di una persona sola. Parla di chi non si sente rappresentato, di chi cerca il proprio spazio nel mondo, di chi ha sempre avuto la sensazione di essere un po’ fuori posto.

E quando migliaia di persone urlano insieme “I want to be the minority“, quella frase smette di essere una dichiarazione individuale e diventa una promessa collettiva.

Minority per me è questo. Non una risposta, ma una direzione. Un modo per capire che anche questo – sentirsi diversi, non allineati – è una forma di verità.

E forse anche una forma d’amore. Non quello che ricevi dagli altri, ma quello che impari ad avere per te stessa. Quello che ti permette di smettere di forzarti dentro qualcosa che non ti appartiene.

Ai concerti questa sensazione cambia. Non perché smetti di essere diversa, ma perché smetti di viverla come un limite.

E allora quella distanza che fuori pesa, sotto palco diventa qualcos’altro. Diventa spazio, diventa libertà.

E forse è anche questo, in fondo, un modo per sentirsi nel posto giusto.

Una Casa In Cui Tornare – Elephant Brain

Sono passati ormai più di tre anni da quel giorno di febbraio in cui ho incontrato per caso un’amica che non vedevo da tanto, che mi ha parlato di una band che mi sarebbe “piaciuta da impazzire” con un live a Roma di lì a breve. La stessa amica che qualche mese dopo mi avrebbe consigliato i Cara Calma.

Quella sera, in macchina verso casa, la riproduzione casuale di Spotify mi ha fatto scoprire “Weekend”: mi sono bastati quei due minuti di canzone per decidere che sì, la mia amica aveva ragione. E ho comprato il biglietto del concerto appena ho parcheggiato sotto casa, ancor prima di uscire dalla macchina.

Da allora ho capito che certe band non arrivano semplicemente nel momento giusto. Arrivano quando hai bisogno di qualcosa che riesca a rimettere ordine dentro al caos.

Ci sono momenti in cui ti senti perso. In cui tutto fa rumore, ma niente ha davvero senso. E allora arrivano canzoni come questa, che ti riportano con i piedi a terra.

Perché quando ti senti così, quello che cerchi non è una risposta. È un luogo, una persona o una sensazione che ti faccia sentire di nuovo a casa.

Forse è proprio questo che ho sempre trovato in questa canzone: l’idea che, anche quando tutto è confuso, quando tutto sembra sfuggirti dalle mani, esista ancora qualcosa da cercare. Qualcosa che sappia di casa.

Non è un luogo fisico. È una sensazione.

Ed è forse una delle forme d’amore più difficili da trovare: quella che ti fa sentire a casa anche quando non sai bene dove sia.

È quel tipo di amore che non ha bisogno di essere spiegato, perché lo riconosci subito. Quello che ti fa sentire al posto giusto, anche quando fuori da lì non lo sei mai del tutto.

È quel brivido che si crea sotto palco, stretta tra altre persone, quando parte quella canzone e per qualche minuto tutto il resto smette di esistere.

Anche se dura poco. Anche se sono solo un paio d’ore.

Per me, gli Elephant Brain sono questo.

Sono casa a Roma, a Perugia, a Firenze, a Cervia, sotto qualsiasi loro palco. Sono casa nel traffico della mia città, quando tutto intorno a me è fermo e io ho bisogno di staccare; sono casa in tangenziale, la notte, quando per strada ci siamo solo io e le loro canzoni.

Se Hai Bisogno – WEL

Ci sono canzoni che non cercano di spiegarti niente. Non ti dicono come dovresti sentirti, non provano a sistemare quello che hai dentro.

Ti fanno solo spazio.

La prima volta che ho ascoltato “Se hai bisogno” mi ha colpito questo: non c’è una soluzione, non c’è una via d’uscita chiara. C’è qualcuno che resta.

Qualcuno che, invece di dirti “andrà tutto bene”, ti dice semplicemente: vieni qui, io ci sono.

E forse è proprio questo che la rende così potente.

Perché non sempre abbiamo bisogno di capire, di aggiustare, di trovare un senso a tutto quello che succede. A volte abbiamo solo bisogno di non sentirci soli mentre affrontiamo i nostri drammi.

Ai concerti questa cosa si sente ancora di più. Con una canzone di questo tipo non si salta, non si poga. Ci si stringe all’amico che c’è sempre stato.


Ed è per questo che continuiamo a tornare ai concerti.

Non solo per le band, non solo per le canzoni.

Ma per quella sensazione strana e bellissima che succede quando le luci si abbassano, parte la prima nota e ti accorgi che non sei l’unica persona a sentire quelle parole nel modo in cui le senti tu.

Per qualche minuto il mondo fuori smette di esistere. Restano solo una canzone, centinaia di voci che cantano in coro e forse è proprio questo, alla fine, il modo più sincero che abbiamo di volerci bene.

Il mio Slam Dunk UK 2026: pogo, crowdsurf e cappelli persi

A una settimana dallo Slam Dunk South 2026, sono ancora piena di lividi da pogo, ho una scaletta dei Tonight Alive presa al volo con la mano sinistra e da qualche parte nel Regno Unito c’è il cappellino che avevo comprato l’anno scorso.

Questo è stato il mio secondo Slam Dunk, e fin da quando hanno annunciato la timeline e la divisione nei palchi mi sono ripromessa una cosa: quest’anno niente scelte difficili. E devo dire che stavolta, in fin dei conti, è andata meglio del previsto.

Avevo identificato le mie 5 band imperdibili e posso dire con fierezza che sono riuscita a vederle tutte, senza perdere neanche un istante del loro set.

Anche quest’anno, Hatfield ci accoglie con un caldo afoso.

All’ingresso c’è un cartello luminoso che adoro e che ormai è diventato parte integrante dell’esperienza Slam Dunk: “Welcome to Slam Dunk 2026! Please take care of yourselves & others. We hope you have an amazing day!”

L’aria è elettrica fin da subito, tra chi confronta con gli amici i propri programmi, chi mette la crema solare e chi gli occhiali da sole. Noi non vedevamo l’ora di entrare per berci una Monster fresca e caricarci per la giornata, che si prospettava lunga e piena di corse da fare.

Il nostro festival comincia con i Beauty School al Main Stage, in sottofondo mentre facciamo un giro tra gli stand del merch e carichiamo le energie con la nostra tanto agognata Monster. Iniziamo a orientarci per capire dove sono i vari palchi ma soprattutto per decidere cosa mangiare, approfittando della pausa prima della prossima band: i Broadside.

Broadside

Ecco, i Broadside sono una di quelle band che mi ha sempre incuriosita nonostante io non li abbia mai seguiti troppo assiduamente. Coffee Talk però, fin dal primo ascolto, non è mai uscita dai miei like di Spotify.

Nonostante il caldo e l’orario, il Key Club Stage è pieno per la band americana, che si diverte sul palco e assorbe tutta l’energia del pubblico.

Se Coffee Talk l’ho urlata a squarciagola, Foolish Believer in chiusura l’ho stretta al cuore. Forse perché un po’ mi ci rivedo: una pazza che nonostante i dubbi, le paure, le insicurezze e le opinioni degli altri, continua a credere ostinatamente nel suo sogno.

Live per me stra promosso, spero di avere occasione di vederli nuovamente.


Finito il loro set, ho vagato un po’ tra i palchi, fermandomi qualche minuto ai Dying Wish, agli Hands Like Houses, agli Zebrahead e ai Trash Boat. Ma a un certo punto il profumo che arrivava dallo stand di cucina cinese ha avuto la meglio su tutto il resto, e mi sono ritrovata seduta con una porzione di ravioli tra le mani, una Sprite fresca e il programma della giornata da riorganizzare.

Boston Manor

Credo sia la terza volta che vedo live i Boston Manor, e onestamente non ne ho mai abbastanza. Ogni volta che scendono dal palco vorrei un minutino di pausa per poi ricominciare. E chiedo un minutino di pausa soltanto perché nei loro poghi ci si mena abbastanza – non che mi dispiaccia.

La scaletta spazia tra brani di “Be Nothing.”, il loro primo album che festeggia quest’anno il decimo anniversario, a colonne portanti del loro set che non possono mai mancare, come Passenger e Foxglove.

Sono le quattro di pomeriggio, c’è un pochino di arietta e il sole picchia sulle nostre teste, ma mai forte quanto i crowdsurfer che teniamo alzati o le spallate che arrivano nel pogo.

E forse è anche per questo motivo che i Boston Manor mi piacciono così tanto, soprattutto live: sul palco c’è tanta energia ma ce n’è altrettanta sotto. E quando pubblico e band si alimentano a vicenda, i Boston Manor danno il meglio di sé e trovano una marcia in più.

A dicembre suoneranno per intero “Be Nothing.” sia a Manchester che a Londra. Ovviamente è tutto già sold out per le date in cui potrei andare, ma troverò il modo di avere un biglietto.

Stand Atlantic

Mi sposto al palco accanto e io e la mia amica siamo praticamente in transenna. Nessuna delle due riusciva a crederci.

Per me era il primo live degli Stand Atlantic, e le mie aspettative erano alle stelle: ho avuto anni per immaginare come potesse essere un loro concerto.

Devo dire che non sono state deluse. Bonnie e compagni sono una scarica di energia pura, interagiscono continuamente con il pubblico e per tutto il set abbiamo la sensazione di essere parte integrante dello show.

Cantiamo, saltiamo, dietro di noi il pogo non si ferma e non mancano nemmeno i crowdsurfer.

Grande assente Pity Party, avevo già programmato di urlare quel ritornello con tutto il fiato che avevo in corpo.

Vorrà dire che dovrò andare a vederli in apertura ai Simple Plan a Londra. O magari da headliner.

Che peccato.

Tonight Alive

Onestamente, io avevo quasi paura del set dei Tonight Alive. Soprattutto avendo conquistato la transenna in chiusura degli Stand Atlantic.

Avevo paura che suonassero un paio di canzoni che mi avrebbero fatta piangere come una disgraziata. E invece non le hanno suonate. Una parte di me ne è sollevata, l’altra sta ancora rosicando.

Nonostante le assenze delle mie canzoni del cuore, credo di non aver mai smesso di cantare neanche per un secondo. La transenna centrale mi ha poi regalato dei forti eye contact con Jenna, e il suo sguardo è tra l’amorevole, la gratitudine di vedere il pubblico così coinvolto e la grinta che l’ha sempre contraddistinta.

Si parte infatti a cannone con The Edge, The Ocean e Lonely Girl, e forse quest’ultima è la canzone che ho cantato più forte in tutta la giornata del festival. Bellissima anche la partecipazione di Harmony, la cantante dei South Arcade.

Il mio cuore però batte da sempre per Listening, mio momento preferito del loro set.

Subito sotto, al secondo posto, c’è Little Lion Man, la cover degli Of Monsters & Men fatta per Punk Goes Pop 4, con Jenna che fa aprire un circle pit e si mette nel mezzo a cantare. Un momento altissimo che non avrei mai pensato di poter vedere così da vicino.

Si chiude con Temple, ma soprattutto con l’inaspettato duetto con Bonnie degli Stand Atlantic su Disappear.

Io chiudo con il cuore traboccante di gioia per aver realizzato il desiderio di vedere live una band che ho sempre ascoltato solamente con le cuffiette per più di dieci anni.

Ma soprattutto, chiudo con la scaletta presa al volo quando viene lanciata dalla crew durante il cambio palco.

A quanto pare, tutti questi anni passati nei piccoli locali sono serviti a qualcosa.

State Champs

Un’oretta di pausa, giusto il tempo di mangiare qualcosa e di riempire l’acqua, e siamo pronti per ricominciare a scatenarci sotto palco.

Siamo agli sgoccioli della serata, ma non per questo mi sono risparmiata per gli State Champs.

Anzi, canto con tutte le mie forze fin da Silver Cloud, la prima canzone in scaletta. Mine Is Gold subito dopo non abbassa il ritmo, ma su Light Blue ho avuto veramente paura di perdere la voce.

Mi sono fatta coraggio e ho chiesto a dei ragazzi intorno a me di alzarmi per fare crowdsurf. Un po’ ero terrorizzata perché non lo avevo mai fatto, un po’ non vedevo l’ora di provare la sensazione di volare. Miracolosamente sono riuscita a non spaccarmi nulla e ad arrivare sana e salva in transenna tra le braccia della sicurezza.

Unico caduto in battaglia: il cappellino che avevo comprato allo Slam Dunk dell’anno scorso.

Da qualche parte, a pochi metri dal palco degli State Champs.

Credo che i lividi che ho ancora sul corpo siano iniziati ai Boston Manor, ma il colpo di grazia l’ho ricevuto probabilmente su Secrets. E che l’autore del graffio che ho dietro la schiena sia qualcuno che mi ha tenuta su durante il crowdsurf. Ma rifarei tutto quanto, senza cambiare una virgola.

Good Charlotte

Quando i Good Charlotte salgono sul palco il sole è ormai tramontato da un pezzo. Io ho la voce distrutta, qualche livido sparso per il corpo e un cappellino in meno rispetto all’inizio della giornata.

Eppure non potrei essere più felice.

Si parte con The River, si corre avanti e indietro nel tempo, tra pezzi nuovi e grandi classici come Girls & Boys e The Chronicles of Life And Death.

È super toccante il momento di Hold On, in cui tutti noi pensiamo, volenti o nolenti, ad una persona specifica.

I Just Wanna Live, Lifestyles of the Rich & Famous e The Anthem si susseguono una dopo l’altra, a chiudere la ventesima edizione dello Slam Dunk, e per un attimo mi ritrovo a pensare alla me ragazzina che passava i pomeriggi con l’iPod in mano ad ascoltare queste canzoni.

All’epoca non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei trovata qui, dall’altra parte d’Europa, a cantarle sotto un palco insieme a migliaia di altre persone.

Quando partono le ultime note di The Anthem e il cielo sopra Hatfield si riempie di fuochi d’artificio, ho la sensazione che non ci potesse essere finale migliore per questa giornata.

Perché alla fine i festival non sono una questione di vedere tutto.

Sono una questione di momenti.

Di quelli che ti porti a casa insieme ai lividi, alle fotografie, alle scalette prese al volo e ai cappelli persi.

E questo Slam Dunk me ne ha regalati parecchi.

Le band che non voglio perdermi allo Slam Dunk UK 2026

I festival sono sempre una corsa contro il tempo. Palchi diversi, orari che si sovrappongono, scelte difficili da fare in pochi minuti.

E ogni volta mi faccio la stessa domanda: cosa non voglio assolutamente perdermi?

Probabilmente finirò per perdermi qualcosa, succede sempre. Ma ci sono band per cui so già che, se serve, correrò come una pazza da un palco all’altro.

Boston Manor

Ho scoperto i Boston Manor per caso, a Londra, in apertura a quello che è stato il penultimo concerto in assoluto degli You Me At Six.

Con il cuore che piangeva perché sapevo di star assistendo alla fine di un’era, ho fatto una scoperta strabiliante.

Il quintetto britannico mi ha conquistata con il sound heavy ma allo stesso tempo orecchiabile, e tante delle loro canzoni sono finite tra i miei salvati di Spotify.

Li ho rivisti a dicembre in apertura ai Neck Deep, sempre a Londra, e farò di tutto per non perdermeli allo Slam Dunk.

Stand Atlantic

Non ho mai visto gli Stand Atlantic live, e devo assolutamente rimediare.

Australiani, il loro pop-punk/alt rock mi ha colpita prima con la loro cover di MakeDamnSure dei Taking Back Sunday, poi con Lavender Bones e definitivamente resa loro fan con Kill(her) qualche anno dopo.

Se mi cercate allo Slam Dunk, sarò quella che al Monster Energy Stage Left urlerà a squarciagola “fuck you and fuck your pity party“.

Tonight Alive

Altra band che non ho mai visto live, purtroppo.

I Tonight Alive mi hanno fatta innamorare nel lontano 2018 fin dal primo ascolto di What Are You So Scared Of? e The Other Side.

Mi farò un piantino sotto palco? Molto probabile. Me ne vergogno? Assolutamente no.

So già che per me non sarà un set semplice da ascoltare, ma non me lo perderei per nulla al mondo.

State Champs

Il mio punto fermo di questa lista, gli State Champs non mi hanno mai delusa live. Credo che Derek abbia una delle voci più belle della scena pop punk moderna.

Li ho scoperti con l’epico medley pop punk dei Neck Deep agli APMAs del 2016 – ve lo ricordate? – e da quel momento non li ho più abbandonati.

Live sono un concentrato di energia, e sono decisamente una band da inserire in lista per chi verrà allo Slam Dunk.

Good Charlotte

I mostri sacri di questa lineup, i Good Charlotte sono decisamente irrinunciabili.

Lo devo alla me pre adolescente che si scatenava con l’iPod in mano su I Just Wanna Live, anche se ero decisamente troppo piccola per capire in fondo quella canzone. Un po’ come quando a quindici anni cantavo “work sucks, I know” anche se il mio unico impegno era fare i compiti dopo la scuola.

Sono un pezzo di storia della musica, una costante della scena, e chiudere la mia seconda esperienza allo Slam Dunk con il loro set è un po’ come chiudere il cerchio e strizzare un occhio alla me ragazzina.


L’anno scorso ero sicura che sarei riuscita a vedere ogni band che avevo in lista. Invece ho dovuto fare scelte molto dolorose, come perdere il ritorno degli As It Is per mantenere la prima fila agli A Day To Remember.

Anche quest’anno non sarà semplice, non lo è mai. Prenderò decisioni nel giro di una manciata di secondi, correrò da un palco all’altro con tutte le mie forze per cercare di incastrare tutto. E molto probabilmente fallirò – vi racconterò com’è andata nel prossimo articolo.

Farò di tutto, però, per non perdere queste cinque band. Perché alla fine, ai festival come lo Slam Dunk non è mai una questione di vedere tutto, ma di esserci, al momento giusto.