American Idiot

Stereo Archives #03 – American Idiot

Non ricordo quale canzone fosse.

Credo fosse Holiday. O forse Boulevard of Broken Dreams. Ricordo però che ero nel giardino di casa di mia nonna, che qualcuno aveva la radio accesa e che, a un certo punto, sono partiti i Green Day.

Il resto è molto più nitido.

Doveva essere il 2007 o il 2008. American Idiot era uscito già da qualche anno, 21st Century Breakdown ancora no, e io non avevo idea che quella canzone ascoltata quasi per caso sarebbe diventata l’inizio di una ricerca sfrenata su YouTube.

Volevo sapere chi fossero. Volevo ascoltare altro.

E nel giro di pochissimo tempo American Idiot è diventato IL disco.

Quasi vent’anni dopo, lo è ancora.

Da una canzone a IL disco

Da lì è partito tutto nel modo più prevedibile possibile per una ragazzina alla fine degli anni Duemila: ore passate su YouTube a cercare qualsiasi cosa avesse scritto sopra “Green Day”.

Una canzone tirava l’altra. Un video portava al successivo. E in mezzo a tutto quello che stavo scoprendo, continuavo a tornare ad American Idiot.

Non credo fosse soltanto per le canzoni. C’era qualcosa nell’idea stessa di quel disco che mi aveva completamente conquistata: scoprire che dietro quei titoli c’erano dei personaggi, che le canzoni si parlavano tra loro, che seguendole potevo ricostruire una storia.

E più cercavo di capirne la storia, più finivo sempre nello stesso punto.

Jimmy e Whatsername

Per arrivare a loro bisogna fare qualche passo indietro. Il Jesus of Suburbia lascia Jingletown e la vita che conosce per cercare qualcosa altrove. È lontano da casa che compare St. Jimmy: una versione più estrema, rabbiosa e autodistruttiva di sé, un’identità che sembra costruita apposta per affrontare quel nuovo mondo.

Poi arriva Whatsername.

E con lei cambia qualcosa. Perché Whatsername non è semplicemente qualcuno che entra nella vita di Jimmy: è una delle poche persone capaci di guardare oltre St. Jimmy, oltre quell’identità che si è costruito. In una storia fatta fino a quel momento di fuga, rabbia e alienazione, improvvisamente c’è anche un legame.

Un legame che, però, non dura.

Whatsername se ne va. Jimmy rimane a fare i conti con quello che è diventato e, poco dopo, anche St. Jimmy arriva alla fine. Più che una morte nel senso letterale del termine, è la fine di quell’identità. Il Jesus of Suburbia può tornare a casa.

E potrebbe finire così.

Ma poi torna Whatsername.

Non c’è una riconciliazione, non c’è un ultimo incontro e non sappiamo nemmeno davvero cosa ne sia stato di lei. C’è soltanto qualcuno che, tempo dopo, prova a ricordare una persona che non fa più parte della sua vita.

Si chiede come stia, quale vita abbia costruito. Cerca di ricordarne il volto e si accorge che persino quello comincia a sfuggirgli.

Eppure qualcosa non è sparito insieme a lei.

“Forgetting you but not the time.”

Quella frase mi aveva colpita fin dai primi ascolti.

A dodici anni ero convinta di sapere esattamente cosa significasse.

Ero convinta di averla capita.

Molto più di una storia

A rendere American Idiot così importante per me non è mai stata soltanto la storia che racconta.

Sotto Jimmy, Whatsername e il Jesus of Suburbia c’è molto più della trama che cercavo di ricostruire da ragazzina. Ci sono rabbia, paura, solitudine, disillusione e quel bisogno di trovare il proprio posto nel mondo che attraversa tutto il disco.

American Idiot è profondamente legato al momento in cui è nato. C’è l’America dei primi anni Duemila, c’è la guerra, c’è la politica, c’è la sensazione che qualcosa intorno non funzioni più.

Eppure, ventidue anni dopo, non mi sembra un disco rimasto intrappolato nel 2004.

Perché puoi togliere Jimmy dalla sua città, puoi togliere i riferimenti politici e persino dimenticare per un momento che stai ascoltando una rock opera, e rimangono comunque alcune delle cose più universali che si possano raccontare: voler scappare dal posto in cui sei cresciuto, costruirti una versione di te stesso per riuscire ad affrontare il mondo, innamorarti, perdere qualcuno, tornare indietro e scoprire che nel frattempo sei cambiato.

E soprattutto rimangono le canzoni.

Ci sono Jesus of Suburbia e Homecoming, nove minuti ciascuna senza avere mai la sensazione di esserlo. Ci sono Holiday e Boulevard of Broken Dreams, attaccate l’una all’altra eppure capaci di vivere perfettamente anche da sole. C’è Letterbomb, che per me è diventata qualcosa di molto più grande del posto che occupa nella storia.

E poi c’è Whatsername, che riesce a chiudere un disco enorme facendo esattamente il contrario: diventando piccola.

Dopo tutta la rabbia, i personaggi, le fughe e i ritorni, alla fine rimane soltanto il ricordo sbiadito di qualcuno.

Forse è anche per questo che American Idiot continua a funzionare.

È enorme senza avere bisogno di esserlo sempre.

Bullet in a Bible: dall’altra parte dello schermo

Poco dopo American Idiot è arrivato anche Bullet in a Bible.

Fino a quel momento quelle canzoni erano state soprattutto qualcosa che ascoltavo da sola, passando da un video all’altro su YouTube. Poi me le sono ritrovate davanti suonate di fronte a una folla enorme.

Le conoscevo già a memoria, ma lì sembravano diventare qualcosa di completamente diverso. Più grandi. Più vive.

E io guardavo tutto dall’altra parte dello schermo.

Per entrarci davvero avrei dovuto aspettare ancora qualche anno.

Letterbomb

Letterbomb, invece, mi aveva conquistata molto prima di sentirla dal vivo.

Era già una delle canzoni a cui tornavo più spesso quando, nel 2013, sono andata a vedere i Green Day. Quella sera aprivano gli All Time Low e, anche se allora non potevo ancora saperlo, sarebbe diventata la sera a cui continuo a tornare quando penso a cosa sarebbe diventata per me la musica live.

Poi è partita Letterbomb.

Non ricordo un momento preciso in cui ho pensato: questo è il mio posto. Probabilmente non c’è stato. Ricordo però la sensazione di essere esattamente dove volevo essere, in mezzo a una folla, mentre una canzone che conoscevo a memoria diventava improvvisamente qualcosa che potevo vivere.

Qualche anno prima avevo guardato quelle stesse canzoni attraversare una folla enorme in Bullet in a Bible.

Adesso ero dentro quella folla anch’io.

Non credo di essere uscita da quel concerto pensando di aver appena scoperto qualcosa su di me. L’ho capito dopo.

Ma se oggi devo scegliere la sera in cui tutto questo ha iniziato a prendere forma, torno sempre al 2013.

E quasi sempre, prima ancora del resto, torno a Letterbomb.

Dall’inizio alla fine

Quando i Green Day hanno annunciato che nel 2024 avrebbero suonato Dookie e American Idiot per intero, la mia prima reazione è stata piuttosto semplice: io quel concerto non potevo perdermelo.

Non era soltanto l’idea di vedere di nuovo i Green Day. Era sapere che, quasi vent’anni dopo aver scoperto American Idiot, avrei finalmente ascoltato dal vivo tutta quella storia dall’inizio alla fine.

Eppure, anche quando ero già lì, continuavo a fare fatica a crederci.

Conoscevo la scaletta. Sapevo perfettamente cosa sarebbe successo. Ma credo di aver iniziato a realizzare davvero quello che stavano facendo soltanto quando sono arrivate quelle canzoni che normalmente non trovano spazio nei loro concerti.

Quando hanno suonato Pulling Teeth ho pensato: okay, allora lo stanno facendo davvero.

E quando è arrivato il momento di American Idiot, quella sensazione è diventata ancora più forte.

Per anni avevo ascoltato quelle canzoni una dopo l’altra, seguendo una storia che da ragazzina cercavo di ricostruire passando ore su YouTube. Adesso, per la prima volta, potevo attraversarla tutta dal vivo.

Are We the Waiting è diventata St. Jimmy. Give Me Novacaine è diventata She’s a Rebel.

Passaggi che conoscevo da quasi vent’anni, ma che fino a quel momento avevo potuto vivere soltanto dentro il disco.

Quella sera erano davanti a me.

E alla fine è arrivata Whatsername.

La stessa canzone che a dodici anni ero convinta di aver capito.

Forgetting you but not the time

A dodici anni ero convinta di aver capito Whatsername.

E in parte era vero.

Capivo cosa raccontava. Capivo l’idea di perdere qualcuno e continuare a portarsi dietro il ricordo del tempo passato insieme. Quelle parole mi arrivavano già allora, altrimenti probabilmente non sarebbero rimaste con me così a lungo.

Ma capirle non significava ancora comprenderle davvero.

Per quello serviva tempo.

Serviva crescere, conoscere persone, perderne altre. Serviva scoprire che alcuni ricordi rimangono perfettamente nitidi mentre altri cominciano a perdere i contorni. Che puoi dimenticare dettagli che credevi impossibili da dimenticare e conservare, invece, sensazioni che pensavi sarebbero sparite molto prima.

Oggi torno a Whatsername e ritrovo ancora la stessa canzone che ascoltavo a dodici anni.

Ma io non sono più la stessa.

E forse è questa la cosa che mi sorprende di più quando torno ad American Idiot.

Il disco non è cambiato.

Quelle parole sono sempre state lì. Quel significato era sempre stato lì.

Sono io ad aver impiegato quasi vent’anni per raggiungerlo.

Non guardo la ragazzina che ascoltava quel disco pensando che non avesse capito niente. Al contrario, provo una certa tenerezza per quanto fosse convinta di aver già afferrato tutto.

Perché qualcosa l’aveva afferrato davvero.

Semplicemente, non aveva ancora vissuto abbastanza per sapere quanto potessero pesare certe parole.

E quando oggi torno ad American Idiot, insieme alle canzoni ritrovo anche lei.

Una versione di me che non esiste più nello stesso modo, ma che è ancora da qualche parte tra quelle quattordici tracce.

Il disco è rimasto. Io sono cambiata.

E forse è proprio per questo che American Idiot è ancora IL disco.

Non perché riesca a riportarmi a dodici anni.

Ma perché è riuscito ad arrivare fino a qui con me.

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