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Nimrods e la meravigliosa incoscienza di avere diciassette anni

Sono andata a vedere Nimrods, e sono uscita dal cinema con una voglia assurda di avere di nuovo diciassette anni.

Non perché a diciassette anni fosse tutto necessariamente più bello, più semplice o più felice. E nemmeno perché abbia improvvisamente sviluppato il desiderio di tornare sui banchi di scuola. Lungi da me.

Piuttosto perché, guardando Nimrods, mi sono ricordata di quella sensazione molto precisa che si prova quando si è abbastanza giovani da guardare il futuro e pensare, con una convinzione forse completamente irrazionale, di potersi mangiare il mondo.

Sono entrata in sala aspettandomi un film legato ai Green Day. Ne sono uscita pensando agli Analog Dogs.

Alla loro voglia di suonare, alla leggerezza con cui stanno insieme. Alla capacità di credere nella propria band anche quando, a voler essere razionali, intorno a loro non c’è praticamente niente che suggerisca che dovrebbero farlo.

Ed è probabilmente proprio questo che mi ha colpita così tanto.

Non è davvero un film sui Green Day

I Green Day sono ovunque in Nimrods, anche quando non sono al centro dello schermo. Sono il motore che mette in movimento la storia, il sogno apparentemente irraggiungibile verso cui corrono i protagonisti e, soprattutto, rappresentano tutto ciò che una band di adolescenti può immaginare quando pensa a dove potrebbe portarla la musica.

Ma Nimrods non ha bisogno di essere un film sui Green Day.

Perché il cuore della storia sono gli Analog Dogs.

Sono ragazzi che vogliono suonare insieme e che credono nella propria band con quella convinzione quasi inspiegabile che probabilmente puoi avere soltanto quando sei ancora abbastanza giovane da non chiederti continuamente se qualcosa sia realistico, conveniente o sensato.

Suonano perché vogliono suonare.

E a volte sembra davvero che non serva altro.

Gli Analog Dogs

Tommy alla chitarra e voce, Fred al basso e Chad alla batteria: gli Analog Dogs potrebbero essere la solita band di ragazzini che si forma al liceo, eppure non lo sono. Sono diversi tra loro eppure funzionano.

Tommy e Fred sono più teppistelli, che saltano la scuola quando vogliono, mentre Chad è il nerd ligio al dovere, la voce della ragione della band che non sempre riesce ad avere la meglio sulla parte ribelle.

Chad ha una famiglia alle spalle che lo segue e lo supporta, Tommy ha perso il padre da ragazzino e vive con la madre e il fratello più grande, Wayne. Della famiglia di Fred non si sa molto, ma già vederlo sempre a casa di Tommy lascia intuire qualcosa.

Scrivono la loro musica, sono cresciuti a pane e punk, rock e simili, ma soprattutto sono tutti e tre fan sfegatati dei Green Day e si ispirano molto alla loro musica. Credono nel loro sogno di vivere di musica, forse Tommy e Fred ci credono talmente tanto da compensare i dubbi che ha ogni tanto Chad.

Abbastanza scemi da crederci davvero

Quando gli Analog Dogs incontrano i Green Day durante un instore, riescono a lasciare alla band una loro demo con sopra il numero di telefono di Tommy.

Ed è proprio lì che succede una cosa apparentemente insignificante, ma che poco dopo diventerà fondamentale: Tré Cool prende il numero e chiama Tommy con l’anonimo, mentre sono ancora all’instore.

Tommy torna a casa e racconta quello che è successo. Suo fratello Wayne, che ha ancora un conto in sospeso con lui dopo essere stato lasciato sul tetto mentre cercava di montare un Babbo Natale, decide che è il momento perfetto per vendicarsi.

Insieme a un amico chiama Tommy con l’anonimo, si finge Tré Cool e gli dice che i Green Day vogliono gli Analog Dogs come band di apertura per il loro concerto a Los Angeles.

È uno scherzo stupido e cattivo. Ma c’è un problema: è anche terribilmente credibile.

Tommy ha appena visto Tré Cool chiamarlo esattamente in quel modo. E quando hai diciassette anni, una band e qualcuno ti mette davanti esattamente la possibilità che stavi aspettando, forse la domanda non è più “quanto è probabile che sia vero?”.

Diventa: “e se lo fosse?”

Gli Analog Dogs ci credono. Ci credono abbastanza da rubare la macchina di Wayne e partire da Kansas City verso Los Angeles. Senza patente.

Circa ventiquattro ore di macchina per andare ad aprire un concerto dei Green Day al quale, in realtà, nessuno li ha mai invitati.

Se esiste un’immagine capace di riassumere l’incoscienza dei diciassette anni, probabilmente è questa.

Naturalmente il viaggio non procede esattamente secondo i piani.

A un certo punto riescono a mettere diesel in una macchina a benzina e rimangono bloccati lungo la strada. Entrano quindi in un pub cercando qualcuno che possa aiutarli e scoprono che è in corso un concorso musicale.

E cosa fai quando sei minorenne, senza patente, a centinaia di chilometri da casa, con una macchina che hai rubato e appena distrutto mentre stai attraversando gli Stati Uniti per raggiungere un concerto al quale credi di dover suonare?

Ovviamente sali sul palco.

Gli Analog Dogs suonano una loro canzone. E vincono.

Cinquecento dollari che, in quel momento, sembrano poter risolvere almeno uno dei problemi che si sono creati da soli.

Peccato che non possano incassarli perché sono minorenni. Ed è forse proprio questa sequenza di disastri, piccole vittorie e decisioni completamente irrazionali ad avermi fatto affezionare così tanto agli Analog Dogs.

Non sanno come arriveranno a Los Angeles. Non hanno idea di quanti altri problemi incontreranno lungo la strada. A essere precisi, non potrebbero nemmeno essere sulla strada.

Ma continuano.

Perché forse, per credere davvero nella tua band, devi essere anche un po’ scemo.

Abbastanza scemo da credere che una telefonata possa cambiare tutto, abbastanza scemo da attraversare mezzo Paese senza patente perché qualcuno ti ha detto che dall’altra parte ti aspetta il palco dei Green Day.

Abbastanza scemo da pensare, nonostante tutto: “e se fosse vero?”.

I cinquecento dollari sfumano e la macchina non sembra avere intenzione di ripartire. Ma la proprietaria del pub, quando scopre che quei tre ragazzini devono arrivare a Los Angeles perché sono convinti di dover aprire un concerto dei Green Day, decide di prestargli un vecchio furgoncino dei gelati.

E così il viaggio riparte.

A questo punto Nimrods sembra quasi funzionare secondo una regola molto semplice: ogni volta che qualcosa dovrebbe costringere gli Analog Dogs a tornare a casa, succede qualcos’altro che permette loro di andare avanti.

Anche quando sono loro stessi a deviare dalla strada.

Durante una sosta Tommy conosce una ragazza bionda, Olivia. Tra i due nasce immediatamente qualcosa e, quando lei lo invita a un evento quello stesso pomeriggio, i ragazzi decidono che Los Angeles può aspettare ancora qualche ora.

È lì che incontrano i The Paradox, ascoltano il loro set e finiscono, ancora una volta, a suonare anche loro. Tommy scopre che la ragazza canta e suona la chitarra e tra i due il feeling cresce, ma quando arriva il momento di salutarsi lei rimanda il bacio con una promessa semplicissima: “quando ritorni”.

Come se tornare fosse già una certezza.

Non tutti e tre, però, vivono il viaggio con la stessa convinzione.

Chad è quello che fin dall’inizio sembra avere più dubbi sull’intera situazione. A un certo punto quei dubbi diventano abbastanza forti da farlo mollare: durante una sosta scende dal retro del furgoncino senza farsi vedere dagli altri e se ne va.

Tommy e Fred si ritrovano improvvisamente in due. Sono preoccupati per il loro amico e, per la prima volta, sembrano davvero iniziare a chiedersi se tutta quella follia abbia ancora senso.

Ma continuano.

Chad ritorna insieme a sua madre, che è riuscita a rintracciare gli altri grazie a un AirTag nascosto nella batteria del figlio. Sembrerebbe il momento in cui un adulto mette finalmente fine a un viaggio che, a essere onesti, non sarebbe mai dovuto cominciare. E invece succede esattamente il contrario.

Nel mezzo della discussione è proprio Chad, quello che aveva dubitato più di tutti e che poco prima aveva deciso di tornare a casa, a proporre la soluzione più assurda: rubare la macchina di sua madre e continuare verso Los Angeles.

E il viaggio ricomincia.

Quando finalmente arrivano a destinazione, naturalmente nessuno della sicurezza crede che quei tre minorenni comparsi dal nulla siano davvero la band che dovrebbe aprire per i Green Day.

A quel punto, però, hanno attraversato mezzo Paese senza patente, distrutto una macchina, viaggiato su un furgoncino dei gelati, perso per strada un componente della band, recuperato in un parcheggio di un diner e rubato un’altra auto.

Farsi fermare dalla security sarebbe quasi ridicolo.

Così provano a entrare con tre piani talmente stupidi da risultare perfettamente coerenti con tutto quello che hanno fatto fino a quel momento: Tommy ruba una giacca della sicurezza, Fred si procura un pass backstage e Chad finisce dentro il costume del Drunk Bunny.

E, in qualche modo, funziona.

Chad viene scambiato per chi dovrebbe realmente indossare il costume e finisce prima sul palco a scaldare il pubblico e poi dietro le quinte. Tommy, invece, viene scoperto nei camerini e sbattuto fuori.

È proprio fuori dal locale che incontra suo fratello, arrivato fino a Los Angeles insieme all’amico con cui aveva organizzato lo scherzo. Dopo una telefonata finta, una macchina rubata e migliaia di chilometri percorsi per inseguirne le conseguenze, i due fanno finalmente pace e Tommy riesce, grazie a lui, a entrare davvero al concerto.

Per qualche minuto, ognuno degli Analog Dogs vive quel sogno da un posto diverso.

Fred è in prima fila e viene addirittura scelto per salire sul palco a suonare la chitarra. Chad guarda il concerto da dietro le quinte. Tommy è in balconata.

Non stanno aprendo per i Green Day come credevano. Ma sono arrivati a Los Angeles. Sono dentro.

E dopo tutto quello che è successo, sembra già abbastanza incredibile.

Naturalmente Tommy riesce a farsi cacciare un’altra volta. Mentre la sicurezza lo trascina fuori, continua a ripetere che lui i Green Day li conosce davvero. Una frase che, dopo tutto quello che abbiamo visto, suona quasi come l’ultima disperata convinzione di un diciassettenne che non vuole ammettere di aver attraversato mezzo Paese per niente.

Poi passa Billie Joe Armstrong.

E lo riconosce.

La demo che gli Analog Dogs avevano lasciato all’instore è stata davvero ascoltata. A Billie Joe è piaciuta e promette a Tommy che li chiamerà: magari per suonare qualcosa insieme, magari per scrivere.

Alla fine, quindi, quello che ha messo in moto l’intero viaggio era uno scherzo.

Ma il sogno dietro quello scherzo non era poi così assurdo.

Fuori dal concerto gli Analog Dogs si ritrovano finalmente tutti insieme e possono iniziare il viaggio verso casa.

Non prima, però, di un’ultima deviazione.

Sulla strada per Kansas City ripassano dal posto in cui Tommy aveva conosciuto Olivia. Lei gli aveva detto “quando ritorni”. Tommy è tornato. E questa volta, finalmente, si baciano.

Mi manca avere diciassette anni e pensare di potermi mangiare il mondo

È stata soprattutto quella spensieratezza a lasciarmi qualcosa una volta uscita dalla sala.

Mi ha fatto una nostalgia tremenda.

Non necessariamente di quello che facevo a diciassette anni, né della mia vita di allora. Mi manca piuttosto il modo in cui a quell’età si riesce a guardare quello che c’è davanti.

Quella sensazione per cui il futuro è enorme, indefinito e quindi, proprio per questo, potenzialmente pieno di qualsiasi cosa.

A diciassette anni puoi ancora pensare “perché non io?” senza sentire immediatamente il bisogno di compilare mentalmente un elenco di tutte le ragioni per cui probabilmente non funzionerà.

Crescendo diventiamo più bravi a fare i conti. Con i soldi, con il tempo, con le responsabilità, con le conseguenze delle nostre scelte. Impariamo a distinguere una buona idea da una pessima idea, a capire quando qualcosa è improbabile, a proteggerci un po’ meglio dalle delusioni.

Ed è giusto così.

Solo che, insieme a tutto questo, rischiamo di perdere anche una parte di quella meravigliosa incoscienza che permetteva di pensare che magari potevamo davvero mangiarcelo, quel mondo.

Gli Analog Dogs mi hanno fatto venire nostalgia proprio di questo.

Di quando la possibilità che qualcosa andasse incredibilmente bene riusciva ancora a essere più forte della paura che andasse terribilmente male.

E la cosa più bella è che, alla fine, il loro piano fallisce.

Gli Analog Dogs non aprono il concerto dei Green Day. Sono partiti per qualcosa che non succederà mai.

Ma se non fossero partiti non avrebbero suonato in quel pub, Tommy non avrebbe conosciuto Olivia, Fred non sarebbe salito sul palco con i Green Day e Chad non avrebbe guardato il concerto da dietro le quinte. E Tommy non avrebbe mai scoperto che Billie Joe aveva davvero ascoltato la loro demo.

Sono partiti per qualcosa che non esisteva e lungo la strada hanno trovato una quantità di cose che non stavano nemmeno cercando.

Forse è anche questo che mi manca dei diciassette anni: riuscire a partire senza avere bisogno di sapere in anticipo esattamente dove quel viaggio ti porterà.

Crederci non significa necessariamente farcela

Sarebbe facile trasformare tutto questo nella solita morale sui sogni.

Credici abbastanza e succederà. Non mollare mai e prima o poi ce la farai. Se lo vuoi davvero, troverai il modo.

Ma non funziona così. Sono tutte stronzate, e te ne renderai conto solo quando la vita te lo sbatterà in faccia senza tanti complimenti.

Puoi credere in qualcosa con tutto te stesso e fallire comunque, puoi essere bravo e non avere mai l’occasione giusta. Puoi continuare a provarci e scoprire che la cosa che desideravi semplicemente non succederà.

Ma forse non è questo il punto.

Forse il valore di quella convinzione non sta nella certezza che alla fine verrai ricompensato, né nell’idea che ogni viaggio debba necessariamente portarti esattamente dove pensavi.

Forse sta semplicemente nell’essere disposto a partire quando ancora non sai come andrà a finire.

Crescendo diventiamo molto bravi a voler conoscere la destinazione prima ancora di decidere se vale la pena mettersi in viaggio. Vogliamo sapere se funzionerà, se ne varrà la pena, se quello che troveremo dall’altra parte giustificherà il rischio.

Gli Analog Dogs fanno esattamente il contrario. Partono verso una destinazione che, senza saperlo, nemmeno esiste. E non trovano quello che stavano cercando. Trovano qualcos’altro.

Non tutto quello per cui partiamo sarà ciò che troveremo una volta arrivati. Ma questo non significa necessariamente che partire sia stato inutile.

A volte forse bisogna semplicemente concedersi di salire sul palco anche sapendo che qualcuno potrebbe fischiarci. Di continuare a suonare quando sarebbe molto più facile smettere. Di pensare, almeno per un momento: “e se fosse vero?”.

Forse non dobbiamo perdere proprio tutto

Non voglio davvero tornare ad avere diciassette anni. Ne sono decisamente convinta.

Ma per un paio d’ore Nimrods mi ha fatto ricordare cosa significava avere davanti un mondo che sembrava ancora abbastanza grande da contenere qualsiasi possibilità.

E quando sono uscita dal cinema quella sensazione mi mancava.

Forse crescere significa inevitabilmente perdere un po’ di quella spensieratezza. Imparare che non tutte le strade portano da qualche parte, che non tutti i sogni diventano realtà e che a volte quello che sembra l’inizio della più grande avventura della tua vita è soltanto una pessima idea.

Ma non sono sicura che dobbiamo perdere proprio tutto.

Forse non possiamo tornare ad avere diciassette anni e guardare il mondo esattamente nello stesso modo.

Possiamo però concederci, ogni tanto, di non sapere già come andrà a finire. Di partire lo stesso. Di salire su quel palco.

E di essere ancora abbastanza scemi da credere nella nostra band.

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