Stereo Archives #03 – American Idiot

Non ricordo quale canzone fosse.

Credo fosse Holiday. O forse Boulevard of Broken Dreams. Ricordo però che ero nel giardino di casa di mia nonna, che qualcuno aveva la radio accesa e che, a un certo punto, sono partiti i Green Day.

Il resto è molto più nitido.

Doveva essere il 2007 o il 2008. American Idiot era uscito già da qualche anno, 21st Century Breakdown ancora no, e io non avevo idea che quella canzone ascoltata quasi per caso sarebbe diventata l’inizio di una ricerca sfrenata su YouTube.

Volevo sapere chi fossero. Volevo ascoltare altro.

E nel giro di pochissimo tempo American Idiot è diventato IL disco.

Quasi vent’anni dopo, lo è ancora.

Da una canzone a IL disco

Da lì è partito tutto nel modo più prevedibile possibile per una ragazzina alla fine degli anni Duemila: ore passate su YouTube a cercare qualsiasi cosa avesse scritto sopra “Green Day”.

Una canzone tirava l’altra. Un video portava al successivo. E in mezzo a tutto quello che stavo scoprendo, continuavo a tornare ad American Idiot.

Non credo fosse soltanto per le canzoni. C’era qualcosa nell’idea stessa di quel disco che mi aveva completamente conquistata: scoprire che dietro quei titoli c’erano dei personaggi, che le canzoni si parlavano tra loro, che seguendole potevo ricostruire una storia.

E più cercavo di capirne la storia, più finivo sempre nello stesso punto.

Jimmy e Whatsername

Per arrivare a loro bisogna fare qualche passo indietro. Il Jesus of Suburbia lascia Jingletown e la vita che conosce per cercare qualcosa altrove. È lontano da casa che compare St. Jimmy: una versione più estrema, rabbiosa e autodistruttiva di sé, un’identità che sembra costruita apposta per affrontare quel nuovo mondo.

Poi arriva Whatsername.

E con lei cambia qualcosa. Perché Whatsername non è semplicemente qualcuno che entra nella vita di Jimmy: è una delle poche persone capaci di guardare oltre St. Jimmy, oltre quell’identità che si è costruito. In una storia fatta fino a quel momento di fuga, rabbia e alienazione, improvvisamente c’è anche un legame.

Un legame che, però, non dura.

Whatsername se ne va. Jimmy rimane a fare i conti con quello che è diventato e, poco dopo, anche St. Jimmy arriva alla fine. Più che una morte nel senso letterale del termine, è la fine di quell’identità. Il Jesus of Suburbia può tornare a casa.

E potrebbe finire così.

Ma poi torna Whatsername.

Non c’è una riconciliazione, non c’è un ultimo incontro e non sappiamo nemmeno davvero cosa ne sia stato di lei. C’è soltanto qualcuno che, tempo dopo, prova a ricordare una persona che non fa più parte della sua vita.

Si chiede come stia, quale vita abbia costruito. Cerca di ricordarne il volto e si accorge che persino quello comincia a sfuggirgli.

Eppure qualcosa non è sparito insieme a lei.

“Forgetting you but not the time.”

Quella frase mi aveva colpita fin dai primi ascolti.

A dodici anni ero convinta di sapere esattamente cosa significasse.

Ero convinta di averla capita.

Molto più di una storia

A rendere American Idiot così importante per me non è mai stata soltanto la storia che racconta.

Sotto Jimmy, Whatsername e il Jesus of Suburbia c’è molto più della trama che cercavo di ricostruire da ragazzina. Ci sono rabbia, paura, solitudine, disillusione e quel bisogno di trovare il proprio posto nel mondo che attraversa tutto il disco.

American Idiot è profondamente legato al momento in cui è nato. C’è l’America dei primi anni Duemila, c’è la guerra, c’è la politica, c’è la sensazione che qualcosa intorno non funzioni più.

Eppure, ventidue anni dopo, non mi sembra un disco rimasto intrappolato nel 2004.

Perché puoi togliere Jimmy dalla sua città, puoi togliere i riferimenti politici e persino dimenticare per un momento che stai ascoltando una rock opera, e rimangono comunque alcune delle cose più universali che si possano raccontare: voler scappare dal posto in cui sei cresciuto, costruirti una versione di te stesso per riuscire ad affrontare il mondo, innamorarti, perdere qualcuno, tornare indietro e scoprire che nel frattempo sei cambiato.

E soprattutto rimangono le canzoni.

Ci sono Jesus of Suburbia e Homecoming, nove minuti ciascuna senza avere mai la sensazione di esserlo. Ci sono Holiday e Boulevard of Broken Dreams, attaccate l’una all’altra eppure capaci di vivere perfettamente anche da sole. C’è Letterbomb, che per me è diventata qualcosa di molto più grande del posto che occupa nella storia.

E poi c’è Whatsername, che riesce a chiudere un disco enorme facendo esattamente il contrario: diventando piccola.

Dopo tutta la rabbia, i personaggi, le fughe e i ritorni, alla fine rimane soltanto il ricordo sbiadito di qualcuno.

Forse è anche per questo che American Idiot continua a funzionare.

È enorme senza avere bisogno di esserlo sempre.

Bullet in a Bible: dall’altra parte dello schermo

Poco dopo American Idiot è arrivato anche Bullet in a Bible.

Fino a quel momento quelle canzoni erano state soprattutto qualcosa che ascoltavo da sola, passando da un video all’altro su YouTube. Poi me le sono ritrovate davanti suonate di fronte a una folla enorme.

Le conoscevo già a memoria, ma lì sembravano diventare qualcosa di completamente diverso. Più grandi. Più vive.

E io guardavo tutto dall’altra parte dello schermo.

Per entrarci davvero avrei dovuto aspettare ancora qualche anno.

Letterbomb

Letterbomb, invece, mi aveva conquistata molto prima di sentirla dal vivo.

Era già una delle canzoni a cui tornavo più spesso quando, nel 2013, sono andata a vedere i Green Day. Quella sera aprivano gli All Time Low e, anche se allora non potevo ancora saperlo, sarebbe diventata la sera a cui continuo a tornare quando penso a cosa sarebbe diventata per me la musica live.

Poi è partita Letterbomb.

Non ricordo un momento preciso in cui ho pensato: questo è il mio posto. Probabilmente non c’è stato. Ricordo però la sensazione di essere esattamente dove volevo essere, in mezzo a una folla, mentre una canzone che conoscevo a memoria diventava improvvisamente qualcosa che potevo vivere.

Qualche anno prima avevo guardato quelle stesse canzoni attraversare una folla enorme in Bullet in a Bible.

Adesso ero dentro quella folla anch’io.

Non credo di essere uscita da quel concerto pensando di aver appena scoperto qualcosa su di me. L’ho capito dopo.

Ma se oggi devo scegliere la sera in cui tutto questo ha iniziato a prendere forma, torno sempre al 2013.

E quasi sempre, prima ancora del resto, torno a Letterbomb.

Dall’inizio alla fine

Quando i Green Day hanno annunciato che nel 2024 avrebbero suonato Dookie e American Idiot per intero, la mia prima reazione è stata piuttosto semplice: io quel concerto non potevo perdermelo.

Non era soltanto l’idea di vedere di nuovo i Green Day. Era sapere che, quasi vent’anni dopo aver scoperto American Idiot, avrei finalmente ascoltato dal vivo tutta quella storia dall’inizio alla fine.

Eppure, anche quando ero già lì, continuavo a fare fatica a crederci.

Conoscevo la scaletta. Sapevo perfettamente cosa sarebbe successo. Ma credo di aver iniziato a realizzare davvero quello che stavano facendo soltanto quando sono arrivate quelle canzoni che normalmente non trovano spazio nei loro concerti.

Quando hanno suonato Pulling Teeth ho pensato: okay, allora lo stanno facendo davvero.

E quando è arrivato il momento di American Idiot, quella sensazione è diventata ancora più forte.

Per anni avevo ascoltato quelle canzoni una dopo l’altra, seguendo una storia che da ragazzina cercavo di ricostruire passando ore su YouTube. Adesso, per la prima volta, potevo attraversarla tutta dal vivo.

Are We the Waiting è diventata St. Jimmy. Give Me Novacaine è diventata She’s a Rebel.

Passaggi che conoscevo da quasi vent’anni, ma che fino a quel momento avevo potuto vivere soltanto dentro il disco.

Quella sera erano davanti a me.

E alla fine è arrivata Whatsername.

La stessa canzone che a dodici anni ero convinta di aver capito.

Forgetting you but not the time

A dodici anni ero convinta di aver capito Whatsername.

E in parte era vero.

Capivo cosa raccontava. Capivo l’idea di perdere qualcuno e continuare a portarsi dietro il ricordo del tempo passato insieme. Quelle parole mi arrivavano già allora, altrimenti probabilmente non sarebbero rimaste con me così a lungo.

Ma capirle non significava ancora comprenderle davvero.

Per quello serviva tempo.

Serviva crescere, conoscere persone, perderne altre. Serviva scoprire che alcuni ricordi rimangono perfettamente nitidi mentre altri cominciano a perdere i contorni. Che puoi dimenticare dettagli che credevi impossibili da dimenticare e conservare, invece, sensazioni che pensavi sarebbero sparite molto prima.

Oggi torno a Whatsername e ritrovo ancora la stessa canzone che ascoltavo a dodici anni.

Ma io non sono più la stessa.

E forse è questa la cosa che mi sorprende di più quando torno ad American Idiot.

Il disco non è cambiato.

Quelle parole sono sempre state lì. Quel significato era sempre stato lì.

Sono io ad aver impiegato quasi vent’anni per raggiungerlo.

Non guardo la ragazzina che ascoltava quel disco pensando che non avesse capito niente. Al contrario, provo una certa tenerezza per quanto fosse convinta di aver già afferrato tutto.

Perché qualcosa l’aveva afferrato davvero.

Semplicemente, non aveva ancora vissuto abbastanza per sapere quanto potessero pesare certe parole.

E quando oggi torno ad American Idiot, insieme alle canzoni ritrovo anche lei.

Una versione di me che non esiste più nello stesso modo, ma che è ancora da qualche parte tra quelle quattordici tracce.

Il disco è rimasto. Io sono cambiata.

E forse è proprio per questo che American Idiot è ancora IL disco.

Non perché riesca a riportarmi a dodici anni.

Ma perché è riuscito ad arrivare fino a qui con me.

Stereo Archives #02 – A Beautiful Lie

A Beautiful Lie ha vent’anni.

È una frase che razionalmente capisco, ma che emotivamente faccio ancora un po’ fatica ad accettare. Perché ci sono dischi che appartengono talmente tanto a un momento della nostra vita che nella nostra testa rimangono fermi lì, insieme alla persona che eravamo quando li abbiamo scoperti.

Poi passano gli anni, cambia praticamente tutto, e quelle canzoni sono ancora al loro posto.

Forse è proprio per questo che tornare oggi ad A Beautiful Lie non significa soltanto riascoltare un disco del 2005. Significa capire cosa ne è rimasto, vent’anni dopo, e cosa è rimasto di noi dentro quelle canzoni.

Prima di A Beautiful Lie

Quando esce A Beautiful Lie, i Thirty Seconds to Mars non sono una band appena nata. Hanno già alle spalle il debutto omonimo del 2002 e un’identità che ha cominciato a prendere forma.

Ma è con il secondo album che succede qualcosa.

A Beautiful Lie sembra il momento in cui tutti gli elementi iniziano a incastrarsi: il suono, l’estetica, l’ambizione, quella tendenza a rendere ogni emozione enorme che diventerà praticamente inseparabile dal nome Thirty Seconds to Mars.

È il disco che non si limita a raccontare chi sono. È quello che, per tantissime persone, me compresa, li trasforma nei Thirty Seconds to Mars.

Tutto deve essere enorme

Basta Attack per capirlo.

A Beautiful Lie non prova nemmeno a concedersi un ingresso graduale. La prima traccia parte già con una tensione addosso che continua ad accumularsi fino a esplodere, come se non esistesse altro modo possibile di iniziare il disco.

Ed è quasi una dichiarazione d’intenti. Nei Thirty Seconds to Mars di quegli anni tutto sembra dover essere vissuto al massimo: la rabbia, la frustrazione, il bisogno di scappare, persino quello di capire chi si è davvero.

Attack mette immediatamente in chiaro le regole. Qui le mezze misure non sono previste.

La title track porta quella stessa intensità in un territorio diverso.

A Beautiful Lie vive già nel contrasto contenuto nel suo titolo: qualcosa può essere bellissimo e allo stesso tempo non essere vero. Ed è una contraddizione che attraversa bene un disco continuamente sospeso tra quello che mostriamo, quello che vorremmo essere e quello che rimane quando proviamo a guardarci davvero.

Anche musicalmente non c’è particolare interesse per la discrezione. Tutto cresce, si stratifica, cerca continuamente uno spazio più grande.

Ed è forse proprio qui che comincia a diventare evidente una caratteristica che finirà per definire i Thirty Seconds to Mars per molto tempo: non basta provare qualcosa. Bisogna farla sembrare enorme.

E poi, inevitabilmente, c’è The Kill.

“This is who I really am”

Si può parlare di A Beautiful Lie senza trasformare tutto in un articolo su The Kill.

Ma si può davvero raccontare quel disco senza fermarti almeno un momento qui?

Ci sono canzoni che diventano più grandi del disco a cui appartengono, e nel caso di A Beautiful Lie è praticamente impossibile non partire da qui.

Non soltanto perché è diventata una delle canzoni più riconoscibili dei Thirty Seconds to Mars, ma perché al centro ha qualcosa di molto più semplice e universale di tutta la grandiosità costruita intorno al disco: il tentativo di capire chi siamo quando smettiamo di essere quello che qualcun altro si aspetta da noi.

“This is who I really am.”

Forse è anche per questo che quella frase è rimasta così tanto.

A un’età in cui capire chi sei è già abbastanza complicato, avere una canzone che ti permetta almeno di urlarlo può significare moltissimo. E The Kill era esattamente quel tipo di canzone: rabbiosa, vulnerabile, drammatica quanto basta da sembrare gigantesca quando sei adolescente.

Poi cresci. Cambiano le cose che ti fanno arrabbiare, cambia il modo in cui guardi te stesso e probabilmente cambia persino quello che senti dentro quelle parole.

Ma parte quel ritornello e la voglia di urlare a squarciagola rimane.

Una geografia diversa

Ma un disco che rimane con noi per così tanto tempo finisce quasi sempre per avere una geografia diversa da quella disegnata dai suoi singoli.

The Kill è inevitabilmente una delle canzoni simbolo di A Beautiful Lie. Ma se penso alle tracce che ho sempre sentito più mie, fin dai primi ascolti, torno soprattutto a The Fantasy e Was It a Dream?.

Due canzoni molto diverse tra loro, che raccontano però altrettanto bene le due anime del disco.

The Fantasy per me è sempre stata una delle canzoni più rappresentative di A Beautiful Lie, anche senza essere una di quelle che vengono nominate per prime quando si parla del disco.

Ha quella tensione quasi costante che attraversa buona parte dell’album, ma qui sembra diventare ancora più evidente. Parte trattenuta, continua ad accumulare energia e dà continuamente la sensazione di essere sul punto di esplodere.

È una delle cose che ho sempre amato di questo disco: anche quando non sta necessariamente cercando il ritornello più grande possibile, sembra comunque incapace di vivere un’emozione a metà.

Forse è anche per questo che The Fantasy è rimasta una delle mie preferite fin dall’inizio. Non ha mai avuto bisogno di essere The Kill per lasciarmi qualcosa. Era semplicemente una di quelle che aspettavo arrivasse.

Se A Beautiful Lie viene ricordato soprattutto per i suoi momenti più esplosivi, Was It A Dream? è sempre stata una delle canzoni che mi hanno fatto amare anche tutto quello che succede quando il disco abbassa la voce.

C’è qualcosa di più fragile e malinconico, una sensazione di distanza che oggi mi colpisce forse persino più di quanto facesse quando l’ho ascoltata le prime volte.

Perché nel frattempo sono passati vent’anni. E riascoltare una canzone che conosci da così tanto tempo significa inevitabilmente sovrapporre quello che stai ascoltando adesso a tutto quello che ci hai lasciato dentro negli anni.

Was It a Dream? per me appartiene proprio a quella parte di A Beautiful Lie: meno immediata, forse meno iconica, ma capace di restare attaccata ai ricordi in un modo completamente diverso.

Irrimediabilmente anni Duemila

Poi c’è una cosa che sarebbe inutile fingere.

A Beautiful Lie è terribilmente, meravigliosamente anni Duemila.

Lo è nelle canzoni, nell’estetica, nei videoclip, nel modo in cui ogni cosa sembra dover essere drammatica almeno il doppio del necessario. Basta riguardare certe immagini di quell’epoca per essere catapultati in un momento molto preciso della musica alternative.

Oggi potremmo sorridere davanti ad alcune cose. Oppure possiamo ammettere che erano bellissime proprio perché nessuno sembrava avere paura di essere eccessivo.

Forse A Beautiful Lie porta così bene addosso i suoi vent’anni proprio perché non ha mai provato a essere senza tempo. Appartiene profondamente alla propria epoca.

E adesso quell’epoca è diventata anche nostalgia.

Il mio “A Beautiful Lie”

Nel mio caso, però, A Beautiful Lie ha un punto d’ingresso molto preciso.

From Yesterday.

E ha anche un luogo: il divano di casa mia.

Stavo guardando MTV Rocks quando è partito il video. Non conoscevo i Thirty Seconds to Mars e non sapevo praticamente nulla di quello che stavo per ascoltare.

Ricordo però perfettamente la sensazione.

L’ho guardato a occhi sgranati, come se avessi appena scoperto la cosa più sconvolgente al mondo.

Probabilmente parte del merito era proprio del video, impossibile da ignorare e costruito con quella stessa ambizione smisurata che avrei poi imparato ad associare ai Thirty Seconds to Mars. Ma c’era anche la canzone: immediata, potente, abbastanza d’impatto da farmi venire voglia di capire chi fossero quelli che avevo appena visto sullo schermo.

E infatti non è finita lì.

From Yesterday mi aveva incuriosita abbastanza da spingermi a cercare altro. Da una canzone sono arrivata ad A Beautiful Lie, e da A Beautiful Lie a tutto il resto.

Per questo oggi faccio fatica ad ascoltarla semplicemente come uno dei singoli più importanti del disco. Prima ancora di sapere cosa avrebbe significato per me questa band, prima di conoscere davvero l’album e tutte le canzoni che sarebbero diventate le mie preferite, c’è stata quella scena.

Io sul divano. MTV Rocks. E la sensazione improvvisa di aver appena scoperto qualcosa che dovevo assolutamente conoscere meglio.

Cosa resta vent’anni dopo?

Vent’anni sono abbastanza per cambiare una band.

Sono abbastanza per cambiare chi la ascolta. Sono abbastanza perché un intero modo di vivere, scoprire e condividere la musica diventi quasi materiale da archivio.

I Thirty Seconds to Mars di oggi non sono quelli del 2005. E noi che ascoltavamo quelle canzoni non siamo più le stesse persone.

Eppure A Beautiful Lie è ancora qui.

Forse non serve nemmeno stabilire se sia “invecchiato bene”. Mi interessa molto di più il fatto che abbia continuato a esistere nella vita delle persone che lo hanno amato. Che bastino ancora le prime note di certe canzoni per riconoscerle immediatamente. Che The Kill continui a essere urlata come se quei vent’anni nel mezzo non esistessero.

Alcuni dischi sopravvivono perché sembrano non appartenere a nessuna epoca.

A Beautiful Lie, forse, ha fatto esattamente il contrario.

Non siamo più quelli del 2005

A Beautiful Lie ha vent’anni.

Nel frattempo sono cambiati i Thirty Seconds to Mars, è cambiato il mondo intorno a loro e siamo cambiati noi.

Forse è per questo che riascoltare un disco così tanto tempo dopo non può essere soltanto un esercizio di nostalgia. Non possiamo tornare esattamente nel punto in cui quelle canzoni ci hanno trovati la prima volta.

Possiamo però riconoscerlo. Possiamo ricordarci chi eravamo, accorgerci di quanta strada abbiamo fatto e scoprire che qualcosa, inspiegabilmente, è rimasto nello stesso posto.

Forse è questo che fanno i dischi che restano davvero.

Non ci riportano indietro nel tempo. Ci ricordano tutte le versioni di noi che li hanno ascoltati.

Stereo Archives #01 – A Flair For The Dramatic

A Flair for the Dramatic dei Pierce The Veil è uscito il 26 giugno del 2007. Io, a giugno 2007, avevo 11 anni da compiere e probabilmente non avevo mai ascoltato neanche una canzone alternative, emo, pop-punk e giù di lì. Non posso negare che, molto probabilmente, se avessi ascoltato questo disco appena uscito, non mi sarebbe piaciuto.

Adesso, nel giugno del 2026, mi ritrovo a guardare il vinile appena arrivato – una bellissima variante numerata bianca e oro – e a chiedermi come sia possibile che un album pubblicato quasi vent’anni fa riesca ancora a sembrare così vivo.

Negli ultimi mesi mi sono ritrovata spesso in quella terra di mezzo in cui una parte della mia vita sta finendo e un’altra deve ancora cominciare.

Un trasferimento in arrivo, un progetto personale che prende forma, la sensazione costante di stare lasciando qualcosa alle spalle mentre provo a costruire qualcosa di nuovo. Ci sono momenti in cui tutto cambia contemporaneamente: i posti che conosci, le abitudini che ti accompagnano da anni, le persone che vedi ogni giorno.

E mentre provi a capire dove stai andando, finisci spesso per tornare alle cose che ti hanno sempre fatto sentire a casa, al posto giusto.

Forse è anche per questo che A Flair for the Dramatic mi sta parlando proprio adesso.

Perché in mezzo a tutti questi cambiamenti mi sono accorta di essere tornata sempre più spesso verso quei dischi che non hanno paura di sentire troppo, di essere se stessi in tutte le proprie sfaccettature e i propri spigoli. Quei dischi che non cercano di ridimensionare le emozioni, ma le accolgono per quello che sono.

A Flair for the Dramatic è esattamente questo: un disco teatrale fin dal titolo.

Non cerca di essere misurato, elegante o razionale. È esagerato, impulsivo, a tratti perfino eccessivo. Ma è proprio questa la sua forza.

Vive di melodie enormi, immagini surreali e sentimenti portati all’estremo. È il tipo di album che non cerca mai di trattenersi, che prende ogni emozione e la trasforma in qualcosa di gigantesco.

E forse è proprio per questo che continua a funzionare così bene, quasi vent’anni dopo. Perché non prova mai a sembrare qualcosa che non è.

Ascoltandolo oggi, viene quasi da pensare che il titolo fosse una dichiarazione d’intenti.

Nonostante sia un debutto, A Flair for the Dramatic sembra già sapere perfettamente cosa vuole essere. Dentro ci sono già tutti gli elementi che negli anni successivi avrebbero reso i Pierce The Veil una delle band più riconoscibili della loro generazione: le melodie che si incastrano nel caos, le chitarre che passano continuamente dall’essere aggressive all’essere quasi eleganti, i testi che trasformano ogni emozione in qualcosa di enorme.

Eppure c’è anche qualcosa che nei dischi successivi sarebbe inevitabilmente cambiato.

C’è quella sensazione di urgenza che appartiene solo ai primi capitoli. Quella voglia di dire tutto, subito, senza preoccuparsi troppo di risultare eccessivi. 

La sensazione di una band che ha già trovato la propria voce, ma che non ha ancora imparato a contenerla.

I debutti hanno qualcosa che gli album successivi non possono avere: l’assenza di aspettative. Nessuno sa ancora cosa diventerà quella band, nemmeno la band stessa. A Flair for the Dramatic conserva ancora oggi quella libertà, quella sensazione di poter essere qualsiasi cosa.

Forse è proprio questo equilibrio a rendere A Flair for the Dramatic così affascinante ancora oggi.

Nei dischi successivi la band avrebbe affinato il proprio linguaggio. Qui invece c’è ancora qualcosa di imprevedibile. Ogni canzone sembra poter prendere una direzione diversa da quella che ti aspetti, come se i Pierce The Veil stessero ancora scoprendo fino a dove possono spingersi.

Questa sensazione attraversa tutto il disco.

La troviamo in Yeah Boy and Doll Face, che passa continuamente dalla delicatezza all’esplosione emotiva senza mai fermarsi davvero nel mezzo. È una canzone che sembra cambiare pelle ogni pochi secondi, e forse è proprio lì che si nasconde una delle caratteristiche più affascinanti del disco.

Oppure Chemical Kids and Mechanical Brides, che racchiude perfettamente quella sensazione di urgenza tipica dei debutti: la voglia di dire tutto subito, di mettere sul tavolo ogni idea senza preoccuparsi troppo delle conseguenze.

E poi c’è The Balcony Scene, probabilmente uno dei momenti in cui emerge più chiaramente il lato romantico e vulnerabile della band. Quello che negli anni successivi sarebbe diventato una delle caratteristiche più riconoscibili dei Pierce The Veil.

Sono canzoni molto diverse tra loro, ma raccontano tutte la stessa cosa: una band che ha già capito chi vuole essere, ma che non ha ancora imparato a mettere dei limiti alla propria immaginazione.

Oggi siamo abituati a filtrare tutto attraverso l’ironia. A ridimensionare quello che proviamo prima ancora di mostrarlo agli altri. Dischi come questo fanno l’opposto.

Sentono tutto fino in fondo.

Non hanno paura di essere drammatici, non hanno paura di essere vulnerabili, non hanno paura di sembrare troppo.

E ascoltandolo nel 2026 mi sono resa conto di quanto questa cosa sia diventata rara.

Per me la musica ha sempre avuto questa funzione.

Non quella di dare risposte, ma di fare spazio. Di ricordarti chi eri quando hai iniziato un viaggio e chi sei diventata lungo la strada.

E forse è anche per questo che, quasi vent’anni dopo la sua uscita, A Flair for the Dramatic continua a trovare nuove persone disposte ad ascoltarlo.

O che, come me, decidono che merita un posto sul proprio scaffale.