A una settimana dallo Slam Dunk South 2026, sono ancora piena di lividi da pogo, ho una scaletta dei Tonight Alive presa al volo con la mano sinistra e da qualche parte nel Regno Unito c’è il cappellino che avevo comprato l’anno scorso.
Questo è stato il mio secondo Slam Dunk, e fin da quando hanno annunciato la timeline e la divisione nei palchi mi sono ripromessa una cosa: quest’anno niente scelte difficili. E devo dire che stavolta, in fin dei conti, è andata meglio del previsto.
Avevo identificato le mie 5 band imperdibili e posso dire con fierezza che sono riuscita a vederle tutte, senza perdere neanche un istante del loro set.
Anche quest’anno, Hatfield ci accoglie con un caldo afoso.
All’ingresso c’è un cartello luminoso che adoro e che ormai è diventato parte integrante dell’esperienza Slam Dunk: “Welcome to Slam Dunk 2026! Please take care of yourselves & others. We hope you have an amazing day!”
L’aria è elettrica fin da subito, tra chi confronta con gli amici i propri programmi, chi mette la crema solare e chi gli occhiali da sole. Noi non vedevamo l’ora di entrare per berci una Monster fresca e caricarci per la giornata, che si prospettava lunga e piena di corse da fare.
Il nostro festival comincia con i Beauty School al Main Stage, in sottofondo mentre facciamo un giro tra gli stand del merch e carichiamo le energie con la nostra tanto agognata Monster. Iniziamo a orientarci per capire dove sono i vari palchi ma soprattutto per decidere cosa mangiare, approfittando della pausa prima della prossima band: i Broadside.
Broadside
Ecco, i Broadside sono una di quelle band che mi ha sempre incuriosita nonostante io non li abbia mai seguiti troppo assiduamente. Coffee Talk però, fin dal primo ascolto, non è mai uscita dai miei like di Spotify.
Nonostante il caldo e l’orario, il Key Club Stage è pieno per la band americana, che si diverte sul palco e assorbe tutta l’energia del pubblico.
Se Coffee Talk l’ho urlata a squarciagola, Foolish Believer in chiusura l’ho stretta al cuore. Forse perché un po’ mi ci rivedo: una pazza che nonostante i dubbi, le paure, le insicurezze e le opinioni degli altri, continua a credere ostinatamente nel suo sogno.
Live per me stra promosso, spero di avere occasione di vederli nuovamente.
Finito il loro set, ho vagato un po’ tra i palchi, fermandomi qualche minuto ai Dying Wish, agli Hands Like Houses, agli Zebrahead e ai Trash Boat. Ma a un certo punto il profumo che arrivava dallo stand di cucina cinese ha avuto la meglio su tutto il resto, e mi sono ritrovata seduta con una porzione di ravioli tra le mani, una Sprite fresca e il programma della giornata da riorganizzare.
Boston Manor
Credo sia la terza volta che vedo live i Boston Manor, e onestamente non ne ho mai abbastanza. Ogni volta che scendono dal palco vorrei un minutino di pausa per poi ricominciare. E chiedo un minutino di pausa soltanto perché nei loro poghi ci si mena abbastanza – non che mi dispiaccia.
La scaletta spazia tra brani di “Be Nothing.”, il loro primo album che festeggia quest’anno il decimo anniversario, a colonne portanti del loro set che non possono mai mancare, come Passenger e Foxglove.
Sono le quattro di pomeriggio, c’è un pochino di arietta e il sole picchia sulle nostre teste, ma mai forte quanto i crowdsurfer che teniamo alzati o le spallate che arrivano nel pogo.
E forse è anche per questo motivo che i Boston Manor mi piacciono così tanto, soprattutto live: sul palco c’è tanta energia ma ce n’è altrettanta sotto. E quando pubblico e band si alimentano a vicenda, i Boston Manor danno il meglio di sé e trovano una marcia in più.
A dicembre suoneranno per intero “Be Nothing.” sia a Manchester che a Londra. Ovviamente è tutto già sold out per le date in cui potrei andare, ma troverò il modo di avere un biglietto.
Stand Atlantic
Mi sposto al palco accanto e io e la mia amica siamo praticamente in transenna. Nessuna delle due riusciva a crederci.
Per me era il primo live degli Stand Atlantic, e le mie aspettative erano alle stelle: ho avuto anni per immaginare come potesse essere un loro concerto.
Devo dire che non sono state deluse. Bonnie e compagni sono una scarica di energia pura, interagiscono continuamente con il pubblico e per tutto il set abbiamo la sensazione di essere parte integrante dello show.
Cantiamo, saltiamo, dietro di noi il pogo non si ferma e non mancano nemmeno i crowdsurfer.
Grande assente Pity Party, avevo già programmato di urlare quel ritornello con tutto il fiato che avevo in corpo.
Vorrà dire che dovrò andare a vederli in apertura ai Simple Plan a Londra. O magari da headliner.
Che peccato.
Tonight Alive
Onestamente, io avevo quasi paura del set dei Tonight Alive. Soprattutto avendo conquistato la transenna in chiusura degli Stand Atlantic.
Avevo paura che suonassero un paio di canzoni che mi avrebbero fatta piangere come una disgraziata. E invece non le hanno suonate. Una parte di me ne è sollevata, l’altra sta ancora rosicando.
Nonostante le assenze delle mie canzoni del cuore, credo di non aver mai smesso di cantare neanche per un secondo. La transenna centrale mi ha poi regalato dei forti eye contact con Jenna, e il suo sguardo è tra l’amorevole, la gratitudine di vedere il pubblico così coinvolto e la grinta che l’ha sempre contraddistinta.
Si parte infatti a cannone con The Edge, The Ocean e Lonely Girl, e forse quest’ultima è la canzone che ho cantato più forte in tutta la giornata del festival. Bellissima anche la partecipazione di Harmony, la cantante dei South Arcade.
Il mio cuore però batte da sempre per Listening, mio momento preferito del loro set.
Subito sotto, al secondo posto, c’è Little Lion Man, la cover degli Of Monsters & Men fatta per Punk Goes Pop 4, con Jenna che fa aprire un circle pit e si mette nel mezzo a cantare. Un momento altissimo che non avrei mai pensato di poter vedere così da vicino.
Si chiude con Temple, ma soprattutto con l’inaspettato duetto con Bonnie degli Stand Atlantic su Disappear.
Io chiudo con il cuore traboccante di gioia per aver realizzato il desiderio di vedere live una band che ho sempre ascoltato solamente con le cuffiette per più di dieci anni.
Ma soprattutto, chiudo con la scaletta presa al volo quando viene lanciata dalla crew durante il cambio palco.
A quanto pare, tutti questi anni passati nei piccoli locali sono serviti a qualcosa.
State Champs
Un’oretta di pausa, giusto il tempo di mangiare qualcosa e di riempire l’acqua, e siamo pronti per ricominciare a scatenarci sotto palco.
Siamo agli sgoccioli della serata, ma non per questo mi sono risparmiata per gli State Champs.
Anzi, canto con tutte le mie forze fin da Silver Cloud, la prima canzone in scaletta. Mine Is Gold subito dopo non abbassa il ritmo, ma su Light Blue ho avuto veramente paura di perdere la voce.
Mi sono fatta coraggio e ho chiesto a dei ragazzi intorno a me di alzarmi per fare crowdsurf. Un po’ ero terrorizzata perché non lo avevo mai fatto, un po’ non vedevo l’ora di provare la sensazione di volare. Miracolosamente sono riuscita a non spaccarmi nulla e ad arrivare sana e salva in transenna tra le braccia della sicurezza.
Unico caduto in battaglia: il cappellino che avevo comprato allo Slam Dunk dell’anno scorso.
Da qualche parte, a pochi metri dal palco degli State Champs.
Credo che i lividi che ho ancora sul corpo siano iniziati ai Boston Manor, ma il colpo di grazia l’ho ricevuto probabilmente su Secrets. E che l’autore del graffio che ho dietro la schiena sia qualcuno che mi ha tenuta su durante il crowdsurf. Ma rifarei tutto quanto, senza cambiare una virgola.
Good Charlotte
Quando i Good Charlotte salgono sul palco il sole è ormai tramontato da un pezzo. Io ho la voce distrutta, qualche livido sparso per il corpo e un cappellino in meno rispetto all’inizio della giornata.
Eppure non potrei essere più felice.
Si parte con The River, si corre avanti e indietro nel tempo, tra pezzi nuovi e grandi classici come Girls & Boys e The Chronicles of Life And Death.
È super toccante il momento di Hold On, in cui tutti noi pensiamo, volenti o nolenti, ad una persona specifica.
I Just Wanna Live, Lifestyles of the Rich & Famous e The Anthem si susseguono una dopo l’altra, a chiudere la ventesima edizione dello Slam Dunk, e per un attimo mi ritrovo a pensare alla me ragazzina che passava i pomeriggi con l’iPod in mano ad ascoltare queste canzoni.
All’epoca non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei trovata qui, dall’altra parte d’Europa, a cantarle sotto un palco insieme a migliaia di altre persone.
Quando partono le ultime note di The Anthem e il cielo sopra Hatfield si riempie di fuochi d’artificio, ho la sensazione che non ci potesse essere finale migliore per questa giornata.
Perché alla fine i festival non sono una questione di vedere tutto.
Sono una questione di momenti.
Di quelli che ti porti a casa insieme ai lividi, alle fotografie, alle scalette prese al volo e ai cappelli persi.
E questo Slam Dunk me ne ha regalati parecchi.