Una notte al Punkz: perché ne vale la pena

Se aveste detto alla me sedicenne che a 29 anni avrei preso la macchina con un’amica dopo una trasferta di lavoro, partendo da Roma alle 22 e arrivando a Ravenna quasi alle 3 di notte, probabilmente avrebbe riso e avrebbe pensato che la sua versione ventinovenne aveva qualche rotella fuori posto.

Ora che di anni ne ho appena fatti 30 e che a inizio mese ho fatto esattamente quanto sopra, mi rendo conto che la me sedicenne non ha tutti i torti.

Eppure, certe volte, ne vale la pena. 

Per alcuni eventi vale la pena dormire poco e niente, lavorare al pc dal letto della camera d’hotel fino alle 18:30 per poi volare da Mediaworld a comprare una memory card per la macchina fotografica (perché, facendo lo zaino di fretta alle 21:30, ovviamente non potevo ricordarmi tutto) e correre a un concerto. Stavolta, al Sottomarino 54 di Ravenna per il Punkz.

Già due anni fa, a marzo 2024, avevo avuto l’occasione di partecipare al Punkz alla sua prima edizione, al Bronson di Ravenna. Anche quello è stato un viaggio folle post lavoro, una pazzia a tappe proposta da me e accettata senza battere ciglio da amiche pazze come me o forse ancora di più. Ho potuto vedere da vicino tutta la cura e il cuore che ci ha messo l’organizzazione fin da questo primo evento, tutte sensazioni che ho trovato nuovamente in questa edizione estiva.

L’edizione estiva del Punkz comincia con un super agguerrito torneo di beer pong, che mi gusto bevendo il primo spritz della serata. Otto tavoli, vari gironi e sfide vinte letteralmente all’ultimo rimbalzo, con uno spirito competitivo ma sempre giocoso e rispettoso. Ai vincitori una cassa di Monster, e una volta visto il premio mi sono pentita di non essermi iscritta.

Il tempo di una piadina, di una chiacchiera con i ragazzi dei Sunset Radio, i padroni di casa nonché headliner della serata, e si parte con la musica live.

Ad aprire le danze ci sono i Welcome Fico, che scaldano e caricano il pubblico con il loro pop-punk coinvolgente, facendo anche aprire qualche pogo. È sempre bellissimo vedere un pubblico che canta le canzoni della band che è sul palco.

Non conoscevo la loro musica, ma sono stati una scoperta molto apprezzata e sicuramente da tenere sott’occhio.

Si continua con i WEL, il pubblico è ormai caldo e la band ci tiene attivi dall’inizio alla fine del set.

Ascolto i WEL da quando si chiamavano ancora Why Everyone Left, cantavano solamente in inglese e non era ancora uscito nessun album. Ho trovato recentemente un volantino di una loro serata a Roma nel 2017, probabilmente la prima volta che li ho visti live.

Forse è anche per questo che, ogni volta che ho l’occasione di vederli suonare, osservo come reagisce il pubblico, soprattutto chi non li conosce. E provo una soddisfazione immensa nel vedere lo scambio di energia che si crea con il palco, il coinvolgimento di chi urla ogni parola, ma anche di chi ascolta e, pezzo dopo pezzo, apprezza sempre di più il progetto WEL.

Al Punkz ascolto per la prima volta dal vivo le canzoni del loro primo album, Vita Morte e Miracoli, uscito ad aprile di quest’anno. Ad essere proprio sincera, in realtà le canto a squarciagola dalla prima all’ultima.

Ci sono tre canzoni che mi porto a casa, per motivi diversi.

Stella, una delle mie canzoni preferite dell’album, cantata insieme a Enny dei Sunset Radio.

Gaia, un pezzo che mi ha fatta sentire capita fin dal primissimo ascolto, perché alla fine siamo un po’ tutti “sempre divisi a metà tra crisi d’identità” e con la voglia di partire e mollare tutto.

Se Hai Bisogno (sì, se ve lo state chiedendo, sono di parte per questa canzone), accompagnata da una profonda riflessione su quanto ci sia bisogno di supporto tra noi, soprattutto nell’orrenda situazione in cui ultimamente si trova tutto il mondo.

Un concerto dei WEL è sempre una scarica di energia. Una chiacchierata post live con loro mi dimostra sempre quanto sono genuini e quanta passione mettano nelle canzoni, nei live e nella loro musica.

A chiudere la serata prima del djset finale ci sono i padroni di casa, i Sunset Radio.

Li ho conosciuti quasi per caso. Suonavano a Roma nel 2023 insieme a un’altra band che seguo da anni, i The Anthem. È bastato quel concerto per farmi venire voglia di rivederli ancora. Quella sera non avrei mai immaginato che, negli anni successivi, li avrei incrociati così tante volte. E che due di quei concerti sarebbero stati proprio nella loro Ravenna.

Si percepisce subito che questa non è una data come le altre. Il pubblico conosce ogni parola, gli sguardi tra palco e prime file sembrano quelli di amici che si ritrovano e l’atmosfera ha qualcosa di familiare.

C’è gente che, me compresa, si infila al lato del palco per riuscire a vedere meglio.

L’energia sotto palco è contagiosa, e i Sunset Radio la raccolgono, la rilanciano e la restituiscono ancora più forte a chi hanno davanti.

Tra i momenti più belli del set c’è Oggi No, cantata insieme a Enzo dei WEL. Alla batteria, per l’occasione, sale anche Paolo Gnani, regalando a un brano già potente un’energia ancora diversa. È uno di quei momenti che raccontano perfettamente lo spirito del Punkz. Non solo una lineup, ma una serata condivisa tra amici prima ancora che tra band.

C’è spazio anche per una prima volta: il debutto live di Centomila Galassie. Sentirla per la prima volta dal vivo davanti al pubblico del Punkz la rende ancora più speciale, come se quel palco fosse il posto giusto per darle lo spazio che merita.

Arriva poi uno dei momenti più emozionanti della serata: Note Blu, eseguita da Enny in versione chitarra e voce, seduto in mezzo al pubblico del Punkz.

Quando arrivano le prime note di Pagine, torno inevitabilmente a quella sera del 2023 al Traffic di Roma. Cambiano i locali, cambiano le città, cambiano gli anni, ma ci sono canzoni che riescono ancora a riportarti esattamente nel punto in cui le hai ascoltate per la prima volta. È in momenti come questo che mi ricordo perché continuo a macinare chilometri per inseguire i concerti.

Poco dopo Enny sparisce dal palco. Per qualche secondo mi chiedo dove sia finito, finché lo ritrovo sul tetto del bar a cantare Vertigini a cappella. Una scena completamente folle, perfettamente in linea con l’energia della serata. Cantiamo, o forse sarebbe meglio dire “urliamo”, tutti insieme il ritornello, poi Enny torna sul palco e con Richi, Frank, Teo e Paz chiudono il live con la scarica di adrenalina che solo quella canzone riesce a dare.

Nonostante i tanti anni passati sotto un palco da spettatrice, continuo a incantarmi osservando gli occhi degli artisti mentre guardano il loro pubblico cantare. Posso solo immaginare la soddisfazione nel sentirsi urlare a squarciagola quelle parole scritte con tanto cuore, fatica e impegno.

Ed è proprio quella la soddisfazione che ho visto negli occhi di tutte e tre le band della serata, a cui il pubblico del Punkz ha dedicato anima, cuore e voce fino alla fine.

Con le ultime canzoni del djset in sottofondo, concludo la mia serata caricando un ampli nel furgone dei Sunset e aiutandoli a chiudere i gazebo del backstage insieme alla mia pazza compagna di avventure Ilaria. Accettiamo pagamento in birre e Monster, portateci in tour.

Stereo Archives #01 – A Flair For The Dramatic

A Flair for the Dramatic dei Pierce The Veil è uscito il 26 giugno del 2007. Io, a giugno 2007, avevo 11 anni da compiere e probabilmente non avevo mai ascoltato neanche una canzone alternative, emo, pop-punk e giù di lì. Non posso negare che, molto probabilmente, se avessi ascoltato questo disco appena uscito, non mi sarebbe piaciuto.

Adesso, nel giugno del 2026, mi ritrovo a guardare il vinile appena arrivato – una bellissima variante numerata bianca e oro – e a chiedermi come sia possibile che un album pubblicato quasi vent’anni fa riesca ancora a sembrare così vivo.

Negli ultimi mesi mi sono ritrovata spesso in quella terra di mezzo in cui una parte della mia vita sta finendo e un’altra deve ancora cominciare.

Un trasferimento in arrivo, un progetto personale che prende forma, la sensazione costante di stare lasciando qualcosa alle spalle mentre provo a costruire qualcosa di nuovo. Ci sono momenti in cui tutto cambia contemporaneamente: i posti che conosci, le abitudini che ti accompagnano da anni, le persone che vedi ogni giorno.

E mentre provi a capire dove stai andando, finisci spesso per tornare alle cose che ti hanno sempre fatto sentire a casa, al posto giusto.

Forse è anche per questo che A Flair for the Dramatic mi sta parlando proprio adesso.

Perché in mezzo a tutti questi cambiamenti mi sono accorta di essere tornata sempre più spesso verso quei dischi che non hanno paura di sentire troppo, di essere se stessi in tutte le proprie sfaccettature e i propri spigoli. Quei dischi che non cercano di ridimensionare le emozioni, ma le accolgono per quello che sono.

A Flair for the Dramatic è esattamente questo: un disco teatrale fin dal titolo.

Non cerca di essere misurato, elegante o razionale. È esagerato, impulsivo, a tratti perfino eccessivo. Ma è proprio questa la sua forza.

Vive di melodie enormi, immagini surreali e sentimenti portati all’estremo. È il tipo di album che non cerca mai di trattenersi, che prende ogni emozione e la trasforma in qualcosa di gigantesco.

E forse è proprio per questo che continua a funzionare così bene, quasi vent’anni dopo. Perché non prova mai a sembrare qualcosa che non è.

Ascoltandolo oggi, viene quasi da pensare che il titolo fosse una dichiarazione d’intenti.

Nonostante sia un debutto, A Flair for the Dramatic sembra già sapere perfettamente cosa vuole essere. Dentro ci sono già tutti gli elementi che negli anni successivi avrebbero reso i Pierce The Veil una delle band più riconoscibili della loro generazione: le melodie che si incastrano nel caos, le chitarre che passano continuamente dall’essere aggressive all’essere quasi eleganti, i testi che trasformano ogni emozione in qualcosa di enorme.

Eppure c’è anche qualcosa che nei dischi successivi sarebbe inevitabilmente cambiato.

C’è quella sensazione di urgenza che appartiene solo ai primi capitoli. Quella voglia di dire tutto, subito, senza preoccuparsi troppo di risultare eccessivi. 

La sensazione di una band che ha già trovato la propria voce, ma che non ha ancora imparato a contenerla.

I debutti hanno qualcosa che gli album successivi non possono avere: l’assenza di aspettative. Nessuno sa ancora cosa diventerà quella band, nemmeno la band stessa. A Flair for the Dramatic conserva ancora oggi quella libertà, quella sensazione di poter essere qualsiasi cosa.

Forse è proprio questo equilibrio a rendere A Flair for the Dramatic così affascinante ancora oggi.

Nei dischi successivi la band avrebbe affinato il proprio linguaggio. Qui invece c’è ancora qualcosa di imprevedibile. Ogni canzone sembra poter prendere una direzione diversa da quella che ti aspetti, come se i Pierce The Veil stessero ancora scoprendo fino a dove possono spingersi.

Questa sensazione attraversa tutto il disco.

La troviamo in Yeah Boy and Doll Face, che passa continuamente dalla delicatezza all’esplosione emotiva senza mai fermarsi davvero nel mezzo. È una canzone che sembra cambiare pelle ogni pochi secondi, e forse è proprio lì che si nasconde una delle caratteristiche più affascinanti del disco.

Oppure Chemical Kids and Mechanical Brides, che racchiude perfettamente quella sensazione di urgenza tipica dei debutti: la voglia di dire tutto subito, di mettere sul tavolo ogni idea senza preoccuparsi troppo delle conseguenze.

E poi c’è The Balcony Scene, probabilmente uno dei momenti in cui emerge più chiaramente il lato romantico e vulnerabile della band. Quello che negli anni successivi sarebbe diventato una delle caratteristiche più riconoscibili dei Pierce The Veil.

Sono canzoni molto diverse tra loro, ma raccontano tutte la stessa cosa: una band che ha già capito chi vuole essere, ma che non ha ancora imparato a mettere dei limiti alla propria immaginazione.

Oggi siamo abituati a filtrare tutto attraverso l’ironia. A ridimensionare quello che proviamo prima ancora di mostrarlo agli altri. Dischi come questo fanno l’opposto.

Sentono tutto fino in fondo.

Non hanno paura di essere drammatici, non hanno paura di essere vulnerabili, non hanno paura di sembrare troppo.

E ascoltandolo nel 2026 mi sono resa conto di quanto questa cosa sia diventata rara.

Per me la musica ha sempre avuto questa funzione.

Non quella di dare risposte, ma di fare spazio. Di ricordarti chi eri quando hai iniziato un viaggio e chi sei diventata lungo la strada.

E forse è anche per questo che, quasi vent’anni dopo la sua uscita, A Flair for the Dramatic continua a trovare nuove persone disposte ad ascoltarlo.

O che, come me, decidono che merita un posto sul proprio scaffale.

Le forme d’amore che ho trovato sotto palco

Chi passa abbastanza tempo sotto palco lo sa: la musica parla di amore molto più spesso di quanto sembri. Non quello delle canzoni romantiche, né quello delle grandi storie d’amore. Di un amore più silenzioso, ma incredibilmente potente, che nasce sotto un palco.

Nasce in momenti che, da fuori, sembrano minuscoli: una fila davanti a un locale, qualcuno che ti attacca bottone perché indossi la maglietta della stessa band, una voce che si unisce alla tua quando parte il ritornello di una canzone che conoscete entrambi a memoria. Sono attimi brevissimi, ma a volte bastano per creare qualcosa che dura nel tempo.

Negli anni mi sono resa conto che molti dei legami più sinceri della mia vita sono passati proprio da lì: da un palco, da una band, da una canzone cantata troppo forte.

Le persone che incontri ai concerti non sono solo persone con cui condividi dei gusti musicali. Spesso sono persone che capiscono una parte di te che fuori da lì è difficile spiegare, che altrove rimane invisibile.

E forse è per questo che queste canzoni, quando le ascolto, non mi fanno pensare solo alla musica.

Mi fanno pensare alle persone.

Dedica – Cara Calma

La prima volta che ho sentito questa canzone ero in macchina, stavo guidando per tornare a casa. Un’amica mi aveva da poco consigliato di ascoltare i Cara Calma, una band che non conoscevo, ma di cui – conoscendo i suoi gusti – ero sicura mi sarei innamorata.

Quando è partita Dedica, fin dal primo ascolto ho capito che quella canzone mi sarebbe rimasta dentro. E, senza saperlo, avevo ragione.

Due anni dopo, mi sono tatuata una frase proprio di questa canzone. Due anni e cinque concerti dopo.

Dedica è una di quelle canzoni che non parlano di amore nel modo in cui siamo abituati a sentirlo raccontare. Non parla di coppie, non parla di relazioni, non parla di finali romantici.

Parla delle persone che restano. Di quelle che tengono insieme i pezzi quando tutto il resto sembra non funzionare. Amici, compagni di viaggio, persone incontrate lungo la strada.

È una canzone che dice grazie. E a volte è proprio questo il tipo di amore di cui abbiamo più bisogno.

Minority – Green Day

Crescere con certa musica significa anche, a volte, sentirsi fuori posto, e iniziare pian piano a capire che forse non è un problema.

Minority l’ho sempre vissuta così: come una canzone che non cerca di farti sentire “giusta”, ma che ti dà il permesso di essere esattamente come sei.

Anche quando non combaci, anche quando non ti riconosci in quello che ti circonda.

Quando ai concerti parte il ritornello, Minority non è più una canzone dei Green Day: appartiene a tutti quelli che stanno cantando.

Perché non parla di una persona sola. Parla di chi non si sente rappresentato, di chi cerca il proprio spazio nel mondo, di chi ha sempre avuto la sensazione di essere un po’ fuori posto.

E quando migliaia di persone urlano insieme “I want to be the minority“, quella frase smette di essere una dichiarazione individuale e diventa una promessa collettiva.

Minority per me è questo. Non una risposta, ma una direzione. Un modo per capire che anche questo – sentirsi diversi, non allineati – è una forma di verità.

E forse anche una forma d’amore. Non quello che ricevi dagli altri, ma quello che impari ad avere per te stessa. Quello che ti permette di smettere di forzarti dentro qualcosa che non ti appartiene.

Ai concerti questa sensazione cambia. Non perché smetti di essere diversa, ma perché smetti di viverla come un limite.

E allora quella distanza che fuori pesa, sotto palco diventa qualcos’altro. Diventa spazio, diventa libertà.

E forse è anche questo, in fondo, un modo per sentirsi nel posto giusto.

Una Casa In Cui Tornare – Elephant Brain

Sono passati ormai più di tre anni da quel giorno di febbraio in cui ho incontrato per caso un’amica che non vedevo da tanto, che mi ha parlato di una band che mi sarebbe “piaciuta da impazzire” con un live a Roma di lì a breve. La stessa amica che qualche mese dopo mi avrebbe consigliato i Cara Calma.

Quella sera, in macchina verso casa, la riproduzione casuale di Spotify mi ha fatto scoprire “Weekend”: mi sono bastati quei due minuti di canzone per decidere che sì, la mia amica aveva ragione. E ho comprato il biglietto del concerto appena ho parcheggiato sotto casa, ancor prima di uscire dalla macchina.

Da allora ho capito che certe band non arrivano semplicemente nel momento giusto. Arrivano quando hai bisogno di qualcosa che riesca a rimettere ordine dentro al caos.

Ci sono momenti in cui ti senti perso. In cui tutto fa rumore, ma niente ha davvero senso. E allora arrivano canzoni come questa, che ti riportano con i piedi a terra.

Perché quando ti senti così, quello che cerchi non è una risposta. È un luogo, una persona o una sensazione che ti faccia sentire di nuovo a casa.

Forse è proprio questo che ho sempre trovato in questa canzone: l’idea che, anche quando tutto è confuso, quando tutto sembra sfuggirti dalle mani, esista ancora qualcosa da cercare. Qualcosa che sappia di casa.

Non è un luogo fisico. È una sensazione.

Ed è forse una delle forme d’amore più difficili da trovare: quella che ti fa sentire a casa anche quando non sai bene dove sia.

È quel tipo di amore che non ha bisogno di essere spiegato, perché lo riconosci subito. Quello che ti fa sentire al posto giusto, anche quando fuori da lì non lo sei mai del tutto.

È quel brivido che si crea sotto palco, stretta tra altre persone, quando parte quella canzone e per qualche minuto tutto il resto smette di esistere.

Anche se dura poco. Anche se sono solo un paio d’ore.

Per me, gli Elephant Brain sono questo.

Sono casa a Roma, a Perugia, a Firenze, a Cervia, sotto qualsiasi loro palco. Sono casa nel traffico della mia città, quando tutto intorno a me è fermo e io ho bisogno di staccare; sono casa in tangenziale, la notte, quando per strada ci siamo solo io e le loro canzoni.

Se Hai Bisogno – WEL

Ci sono canzoni che non cercano di spiegarti niente. Non ti dicono come dovresti sentirti, non provano a sistemare quello che hai dentro.

Ti fanno solo spazio.

La prima volta che ho ascoltato “Se hai bisogno” mi ha colpito questo: non c’è una soluzione, non c’è una via d’uscita chiara. C’è qualcuno che resta.

Qualcuno che, invece di dirti “andrà tutto bene”, ti dice semplicemente: vieni qui, io ci sono.

E forse è proprio questo che la rende così potente.

Perché non sempre abbiamo bisogno di capire, di aggiustare, di trovare un senso a tutto quello che succede. A volte abbiamo solo bisogno di non sentirci soli mentre affrontiamo i nostri drammi.

Ai concerti questa cosa si sente ancora di più. Con una canzone di questo tipo non si salta, non si poga. Ci si stringe all’amico che c’è sempre stato.


Ed è per questo che continuiamo a tornare ai concerti.

Non solo per le band, non solo per le canzoni.

Ma per quella sensazione strana e bellissima che succede quando le luci si abbassano, parte la prima nota e ti accorgi che non sei l’unica persona a sentire quelle parole nel modo in cui le senti tu.

Per qualche minuto il mondo fuori smette di esistere. Restano solo una canzone, centinaia di voci che cantano in coro e forse è proprio questo, alla fine, il modo più sincero che abbiamo di volerci bene.

Il mio Slam Dunk UK 2026: pogo, crowdsurf e cappelli persi

A una settimana dallo Slam Dunk South 2026, sono ancora piena di lividi da pogo, ho una scaletta dei Tonight Alive presa al volo con la mano sinistra e da qualche parte nel Regno Unito c’è il cappellino che avevo comprato l’anno scorso.

Questo è stato il mio secondo Slam Dunk, e fin da quando hanno annunciato la timeline e la divisione nei palchi mi sono ripromessa una cosa: quest’anno niente scelte difficili. E devo dire che stavolta, in fin dei conti, è andata meglio del previsto.

Avevo identificato le mie 5 band imperdibili e posso dire con fierezza che sono riuscita a vederle tutte, senza perdere neanche un istante del loro set.

Anche quest’anno, Hatfield ci accoglie con un caldo afoso.

All’ingresso c’è un cartello luminoso che adoro e che ormai è diventato parte integrante dell’esperienza Slam Dunk: “Welcome to Slam Dunk 2026! Please take care of yourselves & others. We hope you have an amazing day!”

L’aria è elettrica fin da subito, tra chi confronta con gli amici i propri programmi, chi mette la crema solare e chi gli occhiali da sole. Noi non vedevamo l’ora di entrare per berci una Monster fresca e caricarci per la giornata, che si prospettava lunga e piena di corse da fare.

Il nostro festival comincia con i Beauty School al Main Stage, in sottofondo mentre facciamo un giro tra gli stand del merch e carichiamo le energie con la nostra tanto agognata Monster. Iniziamo a orientarci per capire dove sono i vari palchi ma soprattutto per decidere cosa mangiare, approfittando della pausa prima della prossima band: i Broadside.

Broadside

Ecco, i Broadside sono una di quelle band che mi ha sempre incuriosita nonostante io non li abbia mai seguiti troppo assiduamente. Coffee Talk però, fin dal primo ascolto, non è mai uscita dai miei like di Spotify.

Nonostante il caldo e l’orario, il Key Club Stage è pieno per la band americana, che si diverte sul palco e assorbe tutta l’energia del pubblico.

Se Coffee Talk l’ho urlata a squarciagola, Foolish Believer in chiusura l’ho stretta al cuore. Forse perché un po’ mi ci rivedo: una pazza che nonostante i dubbi, le paure, le insicurezze e le opinioni degli altri, continua a credere ostinatamente nel suo sogno.

Live per me stra promosso, spero di avere occasione di vederli nuovamente.


Finito il loro set, ho vagato un po’ tra i palchi, fermandomi qualche minuto ai Dying Wish, agli Hands Like Houses, agli Zebrahead e ai Trash Boat. Ma a un certo punto il profumo che arrivava dallo stand di cucina cinese ha avuto la meglio su tutto il resto, e mi sono ritrovata seduta con una porzione di ravioli tra le mani, una Sprite fresca e il programma della giornata da riorganizzare.

Boston Manor

Credo sia la terza volta che vedo live i Boston Manor, e onestamente non ne ho mai abbastanza. Ogni volta che scendono dal palco vorrei un minutino di pausa per poi ricominciare. E chiedo un minutino di pausa soltanto perché nei loro poghi ci si mena abbastanza – non che mi dispiaccia.

La scaletta spazia tra brani di “Be Nothing.”, il loro primo album che festeggia quest’anno il decimo anniversario, a colonne portanti del loro set che non possono mai mancare, come Passenger e Foxglove.

Sono le quattro di pomeriggio, c’è un pochino di arietta e il sole picchia sulle nostre teste, ma mai forte quanto i crowdsurfer che teniamo alzati o le spallate che arrivano nel pogo.

E forse è anche per questo motivo che i Boston Manor mi piacciono così tanto, soprattutto live: sul palco c’è tanta energia ma ce n’è altrettanta sotto. E quando pubblico e band si alimentano a vicenda, i Boston Manor danno il meglio di sé e trovano una marcia in più.

A dicembre suoneranno per intero “Be Nothing.” sia a Manchester che a Londra. Ovviamente è tutto già sold out per le date in cui potrei andare, ma troverò il modo di avere un biglietto.

Stand Atlantic

Mi sposto al palco accanto e io e la mia amica siamo praticamente in transenna. Nessuna delle due riusciva a crederci.

Per me era il primo live degli Stand Atlantic, e le mie aspettative erano alle stelle: ho avuto anni per immaginare come potesse essere un loro concerto.

Devo dire che non sono state deluse. Bonnie e compagni sono una scarica di energia pura, interagiscono continuamente con il pubblico e per tutto il set abbiamo la sensazione di essere parte integrante dello show.

Cantiamo, saltiamo, dietro di noi il pogo non si ferma e non mancano nemmeno i crowdsurfer.

Grande assente Pity Party, avevo già programmato di urlare quel ritornello con tutto il fiato che avevo in corpo.

Vorrà dire che dovrò andare a vederli in apertura ai Simple Plan a Londra. O magari da headliner.

Che peccato.

Tonight Alive

Onestamente, io avevo quasi paura del set dei Tonight Alive. Soprattutto avendo conquistato la transenna in chiusura degli Stand Atlantic.

Avevo paura che suonassero un paio di canzoni che mi avrebbero fatta piangere come una disgraziata. E invece non le hanno suonate. Una parte di me ne è sollevata, l’altra sta ancora rosicando.

Nonostante le assenze delle mie canzoni del cuore, credo di non aver mai smesso di cantare neanche per un secondo. La transenna centrale mi ha poi regalato dei forti eye contact con Jenna, e il suo sguardo è tra l’amorevole, la gratitudine di vedere il pubblico così coinvolto e la grinta che l’ha sempre contraddistinta.

Si parte infatti a cannone con The Edge, The Ocean e Lonely Girl, e forse quest’ultima è la canzone che ho cantato più forte in tutta la giornata del festival. Bellissima anche la partecipazione di Harmony, la cantante dei South Arcade.

Il mio cuore però batte da sempre per Listening, mio momento preferito del loro set.

Subito sotto, al secondo posto, c’è Little Lion Man, la cover degli Of Monsters & Men fatta per Punk Goes Pop 4, con Jenna che fa aprire un circle pit e si mette nel mezzo a cantare. Un momento altissimo che non avrei mai pensato di poter vedere così da vicino.

Si chiude con Temple, ma soprattutto con l’inaspettato duetto con Bonnie degli Stand Atlantic su Disappear.

Io chiudo con il cuore traboccante di gioia per aver realizzato il desiderio di vedere live una band che ho sempre ascoltato solamente con le cuffiette per più di dieci anni.

Ma soprattutto, chiudo con la scaletta presa al volo quando viene lanciata dalla crew durante il cambio palco.

A quanto pare, tutti questi anni passati nei piccoli locali sono serviti a qualcosa.

State Champs

Un’oretta di pausa, giusto il tempo di mangiare qualcosa e di riempire l’acqua, e siamo pronti per ricominciare a scatenarci sotto palco.

Siamo agli sgoccioli della serata, ma non per questo mi sono risparmiata per gli State Champs.

Anzi, canto con tutte le mie forze fin da Silver Cloud, la prima canzone in scaletta. Mine Is Gold subito dopo non abbassa il ritmo, ma su Light Blue ho avuto veramente paura di perdere la voce.

Mi sono fatta coraggio e ho chiesto a dei ragazzi intorno a me di alzarmi per fare crowdsurf. Un po’ ero terrorizzata perché non lo avevo mai fatto, un po’ non vedevo l’ora di provare la sensazione di volare. Miracolosamente sono riuscita a non spaccarmi nulla e ad arrivare sana e salva in transenna tra le braccia della sicurezza.

Unico caduto in battaglia: il cappellino che avevo comprato allo Slam Dunk dell’anno scorso.

Da qualche parte, a pochi metri dal palco degli State Champs.

Credo che i lividi che ho ancora sul corpo siano iniziati ai Boston Manor, ma il colpo di grazia l’ho ricevuto probabilmente su Secrets. E che l’autore del graffio che ho dietro la schiena sia qualcuno che mi ha tenuta su durante il crowdsurf. Ma rifarei tutto quanto, senza cambiare una virgola.

Good Charlotte

Quando i Good Charlotte salgono sul palco il sole è ormai tramontato da un pezzo. Io ho la voce distrutta, qualche livido sparso per il corpo e un cappellino in meno rispetto all’inizio della giornata.

Eppure non potrei essere più felice.

Si parte con The River, si corre avanti e indietro nel tempo, tra pezzi nuovi e grandi classici come Girls & Boys e The Chronicles of Life And Death.

È super toccante il momento di Hold On, in cui tutti noi pensiamo, volenti o nolenti, ad una persona specifica.

I Just Wanna Live, Lifestyles of the Rich & Famous e The Anthem si susseguono una dopo l’altra, a chiudere la ventesima edizione dello Slam Dunk, e per un attimo mi ritrovo a pensare alla me ragazzina che passava i pomeriggi con l’iPod in mano ad ascoltare queste canzoni.

All’epoca non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei trovata qui, dall’altra parte d’Europa, a cantarle sotto un palco insieme a migliaia di altre persone.

Quando partono le ultime note di The Anthem e il cielo sopra Hatfield si riempie di fuochi d’artificio, ho la sensazione che non ci potesse essere finale migliore per questa giornata.

Perché alla fine i festival non sono una questione di vedere tutto.

Sono una questione di momenti.

Di quelli che ti porti a casa insieme ai lividi, alle fotografie, alle scalette prese al volo e ai cappelli persi.

E questo Slam Dunk me ne ha regalati parecchi.

Le band che non voglio perdermi allo Slam Dunk UK 2026

I festival sono sempre una corsa contro il tempo. Palchi diversi, orari che si sovrappongono, scelte difficili da fare in pochi minuti.

E ogni volta mi faccio la stessa domanda: cosa non voglio assolutamente perdermi?

Probabilmente finirò per perdermi qualcosa, succede sempre. Ma ci sono band per cui so già che, se serve, correrò come una pazza da un palco all’altro.

Boston Manor

Ho scoperto i Boston Manor per caso, a Londra, in apertura a quello che è stato il penultimo concerto in assoluto degli You Me At Six.

Con il cuore che piangeva perché sapevo di star assistendo alla fine di un’era, ho fatto una scoperta strabiliante.

Il quintetto britannico mi ha conquistata con il sound heavy ma allo stesso tempo orecchiabile, e tante delle loro canzoni sono finite tra i miei salvati di Spotify.

Li ho rivisti a dicembre in apertura ai Neck Deep, sempre a Londra, e farò di tutto per non perdermeli allo Slam Dunk.

Stand Atlantic

Non ho mai visto gli Stand Atlantic live, e devo assolutamente rimediare.

Australiani, il loro pop-punk/alt rock mi ha colpita prima con la loro cover di MakeDamnSure dei Taking Back Sunday, poi con Lavender Bones e definitivamente resa loro fan con Kill(her) qualche anno dopo.

Se mi cercate allo Slam Dunk, sarò quella che al Monster Energy Stage Left urlerà a squarciagola “fuck you and fuck your pity party“.

Tonight Alive

Altra band che non ho mai visto live, purtroppo.

I Tonight Alive mi hanno fatta innamorare nel lontano 2018 fin dal primo ascolto di What Are You So Scared Of? e The Other Side.

Mi farò un piantino sotto palco? Molto probabile. Me ne vergogno? Assolutamente no.

So già che per me non sarà un set semplice da ascoltare, ma non me lo perderei per nulla al mondo.

State Champs

Il mio punto fermo di questa lista, gli State Champs non mi hanno mai delusa live. Credo che Derek abbia una delle voci più belle della scena pop punk moderna.

Li ho scoperti con l’epico medley pop punk dei Neck Deep agli APMAs del 2016 – ve lo ricordate? – e da quel momento non li ho più abbandonati.

Live sono un concentrato di energia, e sono decisamente una band da inserire in lista per chi verrà allo Slam Dunk.

Good Charlotte

I mostri sacri di questa lineup, i Good Charlotte sono decisamente irrinunciabili.

Lo devo alla me pre adolescente che si scatenava con l’iPod in mano su I Just Wanna Live, anche se ero decisamente troppo piccola per capire in fondo quella canzone. Un po’ come quando a quindici anni cantavo “work sucks, I know” anche se il mio unico impegno era fare i compiti dopo la scuola.

Sono un pezzo di storia della musica, una costante della scena, e chiudere la mia seconda esperienza allo Slam Dunk con il loro set è un po’ come chiudere il cerchio e strizzare un occhio alla me ragazzina.


L’anno scorso ero sicura che sarei riuscita a vedere ogni band che avevo in lista. Invece ho dovuto fare scelte molto dolorose, come perdere il ritorno degli As It Is per mantenere la prima fila agli A Day To Remember.

Anche quest’anno non sarà semplice, non lo è mai. Prenderò decisioni nel giro di una manciata di secondi, correrò da un palco all’altro con tutte le mie forze per cercare di incastrare tutto. E molto probabilmente fallirò – vi racconterò com’è andata nel prossimo articolo.

Farò di tutto, però, per non perdere queste cinque band. Perché alla fine, ai festival come lo Slam Dunk non è mai una questione di vedere tutto, ma di esserci, al momento giusto.